mercoledì 17 dicembre 2014

Metà del silenzio - lettura di Annamaria Ferramosca



Ho conosciuto e molto apprezzato la scrittura di Cristina Bove attraverso le sue precedenti raccolte Mi hanno detto di Ofelia, Venti di rabbia venti di pace, seguite poi da quella biografia fantastica che è Una per mille. Ma prima di parlare di questo ebook Metà del silenzio mi viene spontaneo parlare di Cristina come persona, con la sua unicità forse indescrivibile, ma ci provo…Perchè Cristina ti colpisce e ti lascia un segno indelebile, appena la conosci.  Perché il suo modo di aprirsi, rapportarsi, parlarti in quella sua misura sommessa, serena, ma ferma e profonda di pensieri e visioni, ti fa capire che è l’umano essenziale che ti parla, dell’umanità e del mistero dell’esistenza. Cristina apre infatti ad un universo che non si limita  al semplice ciclo della vita, ma esonda in un mondo altro, nelle dimensioni sconosciute che a noi danno inquietudine,  a lei appaiono come sfere armoniche, familiari, pacificate. Perché, come emerge da questa sua poesia, lei ha trovato -o inventato- un percorso di chiarezza e armonia che percorre con una sorta di distaccata saggezza (e se c’è sofferenza, questa si avverte elaborata, in luce di sapienza). Un’armonia che traspare da parole, gesti e dalla sua arte, pittura luminosa e poesia densa.
Scrittura e personalità sono fortemente interconnesse, così che lungo i suoi testi di Metà del silenzio tutte queste  dimensioni come vita, cronaca, visioni, pure amarezza per la donna condannata ad essere incompresa, non amata, cultura, bellezza, dolore universale, perfino note di profezia, si fondono con grande naturalezza, conferendo alla sua scrittura una personalissima impronta.
E nella sua analitica introduzione Maria Carmen Lama ha nominato anche una “solitudine esistenziale, che ha forti punte di amarezza, ma che viene continuamente superata dalla ferma intima convinzione che “il vero dio siamo in frammenti noi”, noi perfino responsabili dell’autoaffermazione di eternità da parte di un eventuale divinità . Trovo qui il fuoco centrale sotteso della raccolta, tutto il senso dell’umano e oltre umano di Cristina, la sua illimitata capacità di pensarsi infinita nell’infinito, di creare bellezza come riflesso di questa indicibile tensione.
In questa scrittura la vita riempie i testi e deborda e anche quando si avverte che la sua comunicazione è fondamentalmente mediatica - virtuale, si può dire che Cristina riesce a coinvolgere profondamente anche in rete, attraverso la rete, laddove i rapporti tra persone sono in genere disimpegnati, amici dall’amicizia labile, momentanea, mentre qui ora noi siamo prova provata di un legame  autentico, vero.
Così la metà del cielo-donna passa dal silenzio alla voce dispiegata di Cristina, che si fa anche grido contro la banalità e la violenza che sommerge, e pure inno alle donne semplici, vere, che lottano perché questo mondo cambi per la nostra discendenza. Una scrittura barocca, nel senso di pienezza versatile del barocco, dagli infiniti sensi chiari e pure sottesi, dai tanti colti richiami. Un lessico raffinato e insieme intriso del linguaggio quotidiano, di quello del web, che si distende con spontaneità nel ritmo di endecasillabi e settenari, ma non si dica che è lessico novecentesco -siamo stanchi di questo refrain critico- se la forma riveste un contenuto attuale insieme fuori dal tempo, se la voce personale si fa universale e memorabile, questa è solo e semplicemente poesia  (auguriamo a Cristina, che si avveri la sua visione, che il suo” ritratto resti dipinto nello spazio).

Annamaria Ferramosca, dicembre 2014

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