venerdì 1 gennaio 2021

"La simmetria del vuoto" Recensione a cura di M. Carmen Lama

 

Cristina Bove - La simmetria del  vuoto - Arcipelago Itaca

 

 

Una silloge che si presenta in modo inusuale già dal titolo, questa di Cristina Bove, edita da Arcipelago Itaca nel 2018: La simmetria del vuoto.

Ma come fa il vuoto ad essere simmetrico? Come fa Cristina Bove a immaginare di poter attribuire al vuoto delle caratteristiche topologico-geometriche come la simmetria?

E poi, quale tipo di simmetria ha in mente Cristina? Quella speculare, o rotatoria-radiale, o traslatoria che si usa nell’arte pittorica? 

Certo è che si tratterebbe, nell’arte poetica, così come nell’arte pittorica, di dare equilibrio e armonia all'opera in cui si utilizza, cosa che certamente riesce in questa silloge all’autrice.

Ma è l’immaginazione del vuoto sottoposto a qualsiasi operazione, geometrica o artistica o d’ogni altro tipo, che pone un dilemma: si può dare una forma, qualunque essa sia, a qualcosa che non è?

O il vuoto ha consistenza? E se sì, di che particolare “materia” si tratta? E dove si trova il vuoto? Avrà un suo luogo dove poterlo osservare o è solo un’illusione meta_fisica? 

Ecco, cominciando da così tante domande, si intuisce che si sta per entrare in un mondo tutto da esplorare, da scoprire e da com_prendere.

E che bisogna munirsi di strumenti sofisticati per riuscire a venirne a capo. 

Nella silloge non c’è alcuna poesia che faccia esplicito riferimento al concetto di simmetria del vuoto. Tutte le poesie, però, hanno caratteristiche abbastanza simili, non tanto nella struttura compositiva, quanto nell’adattamento dei versi a quel che viene trasmesso, sia pure senza una vera e propria consapevolezza intenzionale.

La confrontabilità delle poesie sul piano dell’intreccio formale e contenutistico-emozionale, che è quanto arriva al lettore (parlo per me, in questo caso, ovviamente), balza così in primo piano che se ne potrebbe fare una rappresentazione visiva attraverso uno schema, semplicemente servendosi di versi-chiave: alcuni che mettono in evidenza un vissuto di sofferenza psichica, ma non particolarmente accentuata, bensì quasi sfumata, altri che tentano un’evasione in qualche oasi di positività, così da equilibrare il senso di malessere che pervade l’animo.

Darò soltanto alcuni esempi, per rendere più chiaro quanto appena scritto, che rimanda alla mia personale percezione:

e dirsi in versi

forse nel tentativo di sottrarsi

non solamente al male

ma anche alla terribile bellezza

che annichilisce e ammalia (pag. 14)

vestirsi del saluto d’ogni giorno

scriversi addosso che la vita è vita

se si rimane svegli

dagli ibridi parlanti   dalle parole obese

dalle follie diacroniche

mi allontano _spossata_ (pag. 15)

vestita solamente del mio dire

ché preferisco tinte delicate

se proprio devo esprimere un pensiero

ciò che nessuno vede per davvero

è la prigione dove stagna il cuore (pag. 24)

trovare pace in zone misteriose

dove si fa preghiera l’intelletto

e senza più parole

dire di sé quanto rimane acceso

 

raccolsi ogni tuo modo di morire

non potevo sapere

quanto ti avrebbe consentito il vivere (pag. 62)

Ed in quell’altro modo ch’è restare

sfogliandosi di tutte le risposte

scriversi un colorato ricordare

braccata dalla nostalgia

si percepiva sempre più straniera (pag. 69)

_ne verrai fuori_

dissero dalla luce sopra il pozzo

in cui precipitò

[…]

come in un fermo-immagine

vede con gli occhi chiusi

luminose nonforme ad aspettare

Vagabondare intorno ai propri passi

nel guscio della casa

o starsene sospesi  (pag.73)

si va restando immobili nel corpo

si sta mentre si spazia oltre il sensibile

nell’universo dell’iperesistere

la strada andava ed era in viaggio il suolo

correva sotto il premere dei passi

_a volte mi mostrava denti aguzzi_

ingranaggi serpenti

capelli di medusa nello specchio

ed io guardai

[…]

la mia canzone già precipitava

-hai visto- disse il monte dalla vetta?

-hai visto come cade giù la sera?-  (pag. 76/77)

Ma distolsi lo sguardo

misi il pensiero in stallo

vidi me stessa uscire dalla roccia

e fui soltanto un ruscellare d’acqua

 

E si potrebbe continuare con molti altri simili modelli.

Ma preferisco passare a dare spazio “anche” ai pensieri di Cristina, così come li ha esternati in alcuni versi:

ci si ammalava di pensieri morti” – p. 39

pensiero ricorrente che attanaglia” – p. 68

“_era una volta liscio ogni pensiero_” – p. 72

“_le scorte di pensieri andate a male_” – p. 74

tra cocci di pensieri” – p. 84

 

Questi pochi versi evidenziano quale modalità di pensiero sia sottesa alla percezione della realtà da parte di Cristina, in questa particolare silloge.

Non ci sono poesie in cui si possa cogliere la delicatezza del porgere il proprio malessere senza farlo trapassare nel lettore, perché subito stemperato dall’ironia; ironia che, nelle precedenti sillogi, era più “dominante” e smussava, appunto, ogni pensiero pietroso, aguzzo, che incideva ferite nell’anima della poetessa e che, per questa sua dolorosa caratteristica, doveva essere in qualche modo neutralizzato. 

Qui si coglie invece quasi una rassegnazione, una disillusione e, per contrasto, una precisa consapevolezza dell’irrimediabilità delle spine del tempo, delle sue lacerazioni e dei suoi strappi, della sua continua limatura del corpo ma anche degli stessi pensieri. 

Quasi mai il tempo è esplicitamente menzionato. Ma se ne coglie tutta la sua forza e pesantezza e nello stesso tempo tutto il suo sfuggire senza mai lasciarsi guidare né tanto meno dominare.

Il tempo infatti non fugge, ma semplicemente sfugge. Quanto più si vorrebbe agguantarlo, tanto più sfugge alla nostra presa. Ed è questa nostra incapacità di incidere almeno un poco sulla realtà, dominata dal tempo che la usura, quel che ci lascia interdetti e impotenti, specialmente mentre sentiamo che l’anima non si lascia sottomettere, anzi cerca ancora spazi per sé, non più scalpitando, ma chiedendo soltanto giustizia.

Ma poi, no. Si accorge, con una piena evidenza, non consentita alla mente, che  il vuoto, compatto o rarefatto, comunque sia è perfettamente sovrapponibile e coincidente con se stesso in ogni punto, in ampiezza e in profondità. E se suddiviso idealmente in due metà, è davvero anche simmetrico e sovrapponibile a specchio. E se immaginato sferico, sovrapponibili saranno gli spicchi di vuoto.

E l’anima sa anche che è inutile chiedersi dove esso si trovi.

Perché non si saprebbe dove trovare le risposte. Non si saprebbe dove cercare, non certamente in qualche modalità esperibile nel concreto, con tanto di sperimentazione, né in modo logico-formale.

E neppure nella geometria.

E tuttavia, l’anima sa bene cosa sia il vuoto, anche se la mente non sa definirlo o localizzarlo.

Perché è proprio lei che ne subisce gli attacchi.

Il vuoto toglie la consapevolezza di essere quel che si è, ci fa sentire nulla, un vuoto, appunto! Che tautologico mistero!

A volte, è talmente insopportabile la sua insidia che tentiamo di colmare tutte (crediamo…) le sue concavità e asperità, siamo portati a pensare che somigli un po’ al silenzio assoluto e per questo lo riempiamo di parole. Talvolta soltanto di pensieri.

Non ci accorgiamo, però, che ogni volta rimangono angoli fessure depressioni imbuti di vuoto che non riusciamo a raggiungere, perché sfuggenti sempre oltre, in direzione di uno sbocco “naturale” nell’infinito, perché tale è la sua essenza e dimensione: l’infinito.

Inutile provare ad ampliare i nostri raggi d’azione. Siano pur raggi luminosi, come le poesie di questa silloge, non ci conducono mai fino agli estremi limiti, nonostante in qualche modo sentiamo una specie di promessa di vittoria e per questo mettiamo in campo tutti gli sforzi necessari.

Ma il risultato non cambia. La nostra volontà è insufficiente, anche se è lodevole esplicarla al massimo.

Alla fine bisogna arrendersi, spossati, insoddisfatti. Proprio come fa Cristina Bove che, pur cercando spiragli di luce, di benessere, sa che sono provvisori, effimeri, illusori.

Ma ciò non vieta di riprendere nuovo slancio e riprovare ancora e ancora e ancora… magari con la scrittura di nuove poesie che, a loro modo, si configurano come un antidoto al tempo che ci travalica, ci oltrepassa. Al tempo che forse ci permetterà soltanto di fare -da soli- gli ultimi passi, abbandonando, lui-subdolo, la nostra pur fragile presa.

Intanto ci sentiamo come esseri in dissolvenza… con l’amara consapevolezza che niente e nessuno ci potrà trattenere dallo scivolamento…

Forse la sensazione di vuoto è costitutiva dell’animo umano, come la solitudine.

Ora non so con precisione da quali sensazioni, emozioni o atmosfere Cristina Bove sia stata attraversata scrivendo le poesie di questa sua raccolta, né in che modo abbia voluto intenderle.

So soltanto, e senza dubbio, che questa mia interpretazione risente moltissimo di mie suggestioni, mentre Cristina avrà forse scritto con altri intenti e con altre sue percezioni.

Ma la poesia vive di vita propria ed è efficace ed incisiva se dà al lettore quel che egli chiede.

A me, la lettura delle poesie di questa peculiare silloge ha dato quel che ho voluto/potuto sentire in questo momento, in questo tempo ingrato che, oltre ad essere il mio specifico tempo, è anche un tempo universale, un tempo che si aggira per il mondo eludendo i suoi obblighi e le sue promesse, mentre, con irresolubile nonchalance, anche (e soprattutto!) raggira.

E ci lascia vuoti, completamente vuoti di senso, del tutto disincantati. Noi, brevi segmenti di Tempo, sottilissime linee di demarcazione fra il nulla che ha preceduto l’inizio della nostra vita e il nulla che ne seguirà la fine.
Noi, linea di mezzo | specchio in cui il vuoto del prima riflette esattamente, simmetricamente, il vuoto del dopo. Vladimir Jankélévitch
docet!



(Robbiate, 21.12.2020)

mercoledì 1 gennaio 2020

M.Carmen Lama su "Una donna di marmo nell'aiuola"


Un vero poeta si riconosce da molti dettagli, primo fra tutti dallo stile personale, originale, e senza dubbio anche dai temi indagati con le sue poesie. Salta subito all’occhio, alla prima lettura, anche la forma con i suoi ritmi e la musicalità. Ma queste caratteristiche sono, vorrei dire, intrinseche al poetare, così come la metrica, la rima o i versi liberi che, se pure non di secondaria importanza, assumono un valore aggiunto quando la poesia esprime pensieri profondi o rimanda ad esperienze per così dire ‘universali’, sommovendo emozioni e sentimenti genuini, o evocando atmosfere, risvegliando ricordi, nostalgie, suscitando speranze e ottimismo, anche.

Questo breve preambolo mi porta a considerare che nella nuova silloge di Cristina Bove, ‘Una donna di marmo nell’aiuola’, gli elementi sopra accennati si ritrovano tutti, e rendono la lettura delle poesie molto piacevole.
È anche vero che, se non si ha una certa familiarità con il suo modo di poetare, già dalla prima lettura occorre una attenzione particolare, verso per verso, e successivamente una ri-lettura che consenta di verificare la comprensione, o di assaporare, quantomeno, il distillato dell’essenza di ogni poesia. Questo perché Cristina spazia nei cieli immensi della sua anima e si rischia di perdersi se non ci si lascia condurre per mano.

In questa silloge, in particolare, l’autrice ci offre una sua lettura in controluce del reale, come attraverso una sorta di ‘diaframma’ del pensiero, che mostra mentre anche nasconde: sono riflessioni sulla vita, sull’amore, sul tempo, sulla psicologia dell’io.. ecc.. tutte tematiche molto complesse, che si lasciano solo parzialmente scandagliare e che quindi comportano una continua rivisitazione, poiché ogni volta si coglie appena un minimo aspetto, lasciandone in ombra un’infinità.

Volendo fare di questa mia breve nota qualcosa come una lettura a volo d’uccello, mi soffermerò soltanto su aspetti salienti, visibili -appunto- nell’insieme delle poesie, a cominciare da una strategia molto efficace utilizzata da Cristina in molte poesie di questa silloge, e cioè l’andatura contrappuntistica della versificazione, così che, mentre si ascolta una prima ‘melodia’ e se ne coglie il senso, è già a disposizione una successiva ‘voce poetica’ che in qualche modo incalza la prima, la ricorda, la riafferma, ma è diversa pur essendo simile, creando così un effetto di accordo-relazione tra le varie parti, pur indipendenti dal punto di vista della musicalità.

Oltre a questo godibile modo di procedere poetico, si possono agevolmente rilevare:

- delle contrapposizioni ‘diafane’ di negativo e positivo, sfumate dall'uno nell'altro, come rivela già il titolo della silloge: l’impietrirsi della donna (di marmo) ma sull’aiuola (sul morbido); altre contrapposizioni le troviamo tra vita/morte, calore/gelo, ombra/luce, ecc…

- l’utilizzo, a volte spiazzante, di metafore, molte delle quali tratte dal mondo marino, come se l’acqua fosse un valido supporto per l’effimero che è rappresentato dalla vita (infine arresa ai silenziosi flutti / mi spiaggerò su quella stessa riva / male che venga _come una risacca_ - v. ‘Male calmo’ - pag. 47)

- talvolta aforismi metaforici come questo, bellissimo: le pietre non carezzano le pietre / _è compito del sole farle vive_ -  v. ‘Esaurivento’ - pag. 67)

- la categoria della solitudine, insistita, in più d’una poesia, perché elemento costitutivo di ogni essere umano

- una lucida consapevolezza del tragico destino comune

- un rapporto controverso con il tempo, tra la sparizione dei minuti, l’effimero presente e una presunta eternità

- una sottesa amarezza, nei versi e, a volte, nei titoli stessi delle poesie; non disgiunta, tuttavia, da sottile ironia, semplice escamotage per resistere alle insidie del tempo, ma anche sguardo intelligente sull’accadere, in generale

- un ‘nutrimento’ culturale vastissimo, (come già evidenziato in precedenti mie recensioni di altre sillogi della Bove), che non smette mai di essere  metabolizzato in modi sempre nuovi

- e, certamente fondante della poetica boviana, il sentimento di comunione profonda con ogni aspetto dell’universo (condiviso con Walt Whitman, in Foglie d’erba).

E già, il mondo! Tutto quello che Cristina pone sotto la sua lente poetica di ingrandimento, è il mondo nella sua stanza: → ricordi visioni sogni parole illusioni immagini, tutto passato al vaglio attraverso quell’in_certo ‘diaframma’ del suo pensiero, anche mentre se ne sta a fare altro… (solo un esempio, Poi la nave bianca, pag. 79)

Ma ad andare ancora più in profondità nell’analizzare le poesie di Cristina Bove si rischia, di nuovo, non di non comprendere, ma di essere certi di aver compreso bene quel che voleva dire e nello stesso istante essere certi che voleva dire anche altro, perché la sua è la poetica del dire-non dire (come molto ben esplicitato ne’ L’oscuro lato della poesia, pag. 51).

Una sfida per il lettore, e forse anche una sfida per la stessa poetessa.

giovedì 19 dicembre 2019

Una donna di marmo nell'aiuola



Colma della sapienza di chi ha assaporato prospettive e dimensioni plurime in viaggi ampi, perfino estremi, ancorché senza usuali lasciapassare, mezzi di trasporto o documenti di transito, Una donna di marmo nell’aiuola, la raccolta più recente di Cristina Bove (con prefazione di Annamaria Ferramosca, Campanotto Editore 2019), predilige l’endecasillabo per dare vita a resoconti, a illuminazioni, a rilevazioni e a rivelazioni in un continuum sì armonioso, tuttavia non disgiunto dalla registrazione di note dissonanti.
Per chi legge e ascolta da anni la poesia di Cristina Bove questa raccolta è una conferma della originalità della sua voce poetica e, inoltre, un passo avanti dal punto di vista progettuale, del filo conduttore così come di tutto l’impianto. In un passaggio della quarta poesia del volume, Farsi parola e nome, si annida la chiave di accesso a Una donna di marmo nell’aiuola: se l’esistere con consapevolezza – progressiva, ma pur sempre consapevolezza – significa riconoscere la prossimità di punto di partenza e punto di approdo, in una dimensione straordinariamente ampia, ben oltre la sfera individuale, è importante, d’altro canto, individuare, analizzare, contemplare, perfino, le fasi ‘intermedie’ di quel costante perdersi, equivocare, illudersi ed errare che è il camminare su questa terra: «in fondo sono luce anche le pietre/ e noi gherigli dentro un mallo amaro/ che mettemmo tra noi per farci noi/ di vista incerta _ch’eravamo dio_/ per ritrovarci dopo esserci persi/ e questo è il gioco».
Illuminata anche dal richiamo a Little Gidding, il quarto dei Quattro quartetti di Eliot («e il termine d’ogni nostro ricercare / sarà arrivare lì dove iniziammo», nella mia traduzione), a chi percorre queste pagine di Cristina Bove si palesa una caratteristica fondamentale, vale a dire la presenza di un movimento che da altezze vertiginose (da un trauma, da una cesura irreversibile sono derivate, così come narrava l’autrice nel romanzo Una per mille, doti spiccate di discernimento), dalle quali è possibile intuire essenze e persistenze attraverso lo spazio e il tempo (a ragione Annamaria Ferramosca scrive del ritorno della “dimensione cosmica”), si avvicina, si fa sempre più dappresso all’obiettivo dell’attenzione, per evitare equivoci e banalizzazioni, oltre che per affondare con la maggiore precisione possibile la lama della parola nel tessuto molle delle auto-giustificazioni, delle scusanti e dei bassi interessi.
Non c’è pausa in questo moto incessante che va dall’estrema rarefazione del dire, dai voli mistici, perfino dai toni cromatici e musicali della spiritualità, fino alla fustigazione puntuale e amarissima di quelli che ebbi a definire “riti tribali affantoccianti”.
L’eterea presenza di luce – candida e celestiale tra chioma e pupilla – è anche la impeccabile, tra asettica e implacabile, ricercatrice delle umane falle, di ipocrisie e incoerenze: «Insieme d’incostanze: l’io depone/ l’uovo del suo sentirsi unico/ tra le infinite repliche/ nasce l’uomogirino e in una virgola/ a sua insaputa è già cambiato il mondo/ i tu/ i voi/ i noi/ i loro».
Di varia natura e ampiezza, così come le dimensioni toccate, sono le fonti alle quali si abbevera lo spirito, di cui si nutre una penna che, per ricorrere a una metafora che in questa raccolta fa apparizione, tutto fa tranne che semplicemente imbrattare e imbibirsi di inchiostro. A chi legge affido il compito di individuarle, oltre i confini delle belles lettres, oltre le distinzioni tra letture filosofiche, scientifiche e divulgative, tra musica e arti figurative.
Quello che resta, straniante e rivelatore insieme, è una cifra inconfondibile; quello che resta sono la tela, i colori, la tessitura della poesia di Cristina Bove.

mercoledì 18 settembre 2019

Una donna di marmo nell'aiuola - prefazione di Annamaria Ferramosca




      Contro ogni marmo non resta che mendicare il sogno dei folli e dei poeti

Tra opere d’arte varia (pittura, scultura, video-art) e dopo tre raccolte di poesia pubblicate e il successo del romanzo autobiografico Una per mille, la poliedrica artista Cristina Bove ritorna alla poesia con questo nuovo incandescente libro, frutto di un imponente lavoro di introspezione e percezione del mondo e del suo senso.
 La donna di marmo nell’aiuola è proprio lei, l’autrice, che inscena il grandioso spettacolo della vita e pure la sfera oscura dell’oltrevita, indagando l’essenza dell’umano e del mondo, incalzando con testi serrati la stessa esistenza a rivelare il versante indicibile, tutta la sua assurdità, perfino ad ammetterne il possibile non-sense. Attraverso un andamento simil-poematico che procede per testi separati, ma che risultano tutti interconnessi e senza rompere l’opera in sezioni, Cristina Bove dipana le sue interrogazioni metafisiche e lo fa con toni lievi, quasi dialoganti, e con una continua sottile ironia, che salva la scrittura dal rischio di sconfinamento filosofico.
Ritorna la sua visione cosmica - gli esseri come frammenti di infinito nell’infinito – o come lembi vaganti di pensiero o anche nomi in volo che aspettano di essere riconosciuti, comunque minime cosmiche entità in un continuo gioco del ritrovarci dopo esserci persi. Una verità ineludibile, che gli umani continuano a non vedere, perché oscurata dai guasti che essi stessi insistono a perpetrare sul mondo, quasi in una maledetta coazione a ripetere, un destino gramo che fa dimenticare l’immenso da cui si proviene. Ecco perché l’autrice dichiara di restare in attesa dell’andata e del non ritorno, come per ritornare alla serenità dell’origine, e di sentirsi già nel momento del trapasso tra fuoco e ghiaccio, chiedendo per sé solo un prato di giunchiglie (l’aiuola del titolo, metafora di uno spazio di pace). La ricerca di senso accade per visioni oniriche e sprazzi dal sapore profetico, con figure di creature mitiche che nel ricordo della poetessa emergevano dalle mura domestiche già dalla lontana infanzia e che - come simboli di illusione – la informano della possibile totale inconsistenza della realtà.
e non si appare che vestiti vuoti
appollaiati alle finestre
vapori a fil di vento
a tessere giornate in spazi assenti

città dipinte nei colori onirici
intorno a tutti i sé temuti e amati
-ci si può stare in tanti –
suggeriscono strade sul confine
oltre le cose conosciute e solide
varchi da cui si possa intravedere
un altro esistere               - forse -            (n.9)
E l’ironia, che a volte sconfina nel sarcasmo, è il corrimano cui Bove si aggrappa per resistere al senso di vuoto che avverte, devastante, come nei versi
L’aria che avvolge i corpi
è il calco d’ogni forma
-una fusione a cielo perso -   
e
anime confinate nei minuti
- lo spazio, un vuoto a rendere -         (n.11)
 Perfino il possedere una stanza tutta per sé, di woolfiana memoria, non basta a diradare la nebbia persistente. Restano i bambini, figure-archetipo della pura percezione della verità, a intuire e suggerire, e resta l’amore, che in questo buio-luce è ineliminabile fuoco. Anche se dell’amore non si può dire - di fronte alle macerie umane che sommergono - sia per eccesso di pudore, sia perché è quasi impossibile un vero amoroso incontro, nonostante la vicinanza degli amanti.     

Con il suo naturale andamento metrico in settenari ed endecasillabi e nel lessico l’uso frequente  di termini polifusi,     l’affabulare poetico di Cristina Bove procede in sonora tensione ritmica e forza immaginativa indagando bellezza e fragilità del mondo e scavando nelle pieghe dell’io, snodi cruciali di questa poetica. Bove pure riconosce le difficoltà dello scavo e la distanza che sempre si frappone con il proprio focus di verità, quel “segreto centro” borgesiano, sorgente di suggestioni e tracce rivelatrici, eppure mai completamente raggiungibile.

E centrale appare il testo Desistenze (n.39), dove è inscenato un dialogo tra la poetessa e un altro - non importa chi sia, compagno di vita o amico/a -, in cui il desiderio di ricomposizione di un’interiorità lacerata e pure la fame di salvezza da un sistema esterno che travolge l’umano, si scontrano con la consapevolezza di un destino di solitudine e di finale totale evanescenza. Resta potente la rappresentazione della miseria umana, dell’imperturbabile sordità dei responsabili al potere verso il grido che si leva dagli ultimi della terra. La poetessa si spinge così a prefigurare un’autoestinzione dei viventi, epilogo molto probabile dell’umana vicenda, forse - a parziale discolpa degli umani - con colpo finale dato da eventi catastrofici geologici, quando la Terra vorrà scrollarsi dalle pulci. (n.72)
Si percepisce nettamente da questa scrittura colma d’amarezza l’impronta di una cicatrice non rimarginata, l’esito di un fiero dolore-mancanza che ha capovolto quella capacità di visione che siamo soliti dire “normale”, rendendola acuta e nitida, fino all’incandescenza. E tutto questo accade in un perimetro privato, angusto come è quello domestico, tra un taglio di patate e una pentola lasciata bruciare, o uno sguardo sul giardino fuori dalla finestra: condizioni che qui invece dilatano e accelerano l’acuzie del pensiero, capace di lanciare fuori dal bunker una parola autentica, debordante, memorabile. Il suo ritmo curatissimo, il suo tono ora colloquiale, ora stralunato, dà vita ad una scrittura che Cristina Bove sa colorare di tinte inafferrabili e arcane, come fa con le sue oniriche e rarefatte opere di videoart. Basta soffermarsi sui testi E di siffatte favole dormire (n.59) e Come in un quadro di Chagall (n.60), dove, nonostante tutto, anche in contraddizione con altra tesi poeticamente sostenuta in precedenza, emerge - impellente di necessità - il desiderio di vicinanza e sostegno affettivo. Così la poesia di Bove lascia sottendere che, soprattutto in poesia, occorre fare i conti con la contraddizione, che non è altro che uno specchio della molteplicità del reale. Dal grigiore ci si può infatti sollevare volando, magari con le labili ali di Icaro che ci faranno ammarare senza salvagente, ma con la consapevolezza che ci sarà concesso di guardare quella turbolenza all’orizzonte, ultima parvenza di una possibile realtà benigna.
nel tempo limitato degli sguardi
nello spazio di cose sottoscritte
l’angelo che ci assiste se ne va
toccato e arreso
 ci lascia sopraffatti dalla vita
 spenti alla luna, accesi in altri mondi
ciascuno nella propria solitudine            (n.40)
Tutto il libro si rivela dunque un cammino che esplora senza paura i tanti aspetti del buio che ci sommerge, una voce familiare che sembra prenderci per mano, che ci lascia pure una sua ultima accorata richiesta di perdono e infine lancia una sorta di aperta profezia, che la vita forse sarà sempre un mendicare il sogno dei folli e dei poeti. (n.49)
Cristina Bove ha saputo costruire in questi nostri giorni disastrati e disconnessi un raro ed esemplare modello di poesia sul senso dell’esistere, con una scrittura limpida, coraggiosa, fuori da ogni maschera. Offrendo la propria inquietudine e la propria elaborazione poetica, e insieme una soglia raggiunta di serenità, la poetessa ha sospinto la parola oltre i confini della finitezza, laddove la sua comunicazione si fa più acuta e il senso intravisto degno di memoria. E’questa oggi la responsabilità che si richiede alla poesia.
                                                                                          Annamaria Ferramosca