mercoledì 1 gennaio 2020

M.Carmen Lama su "Una donna di marmo nell'aiuola"


Un vero poeta si riconosce da molti dettagli, primo fra tutti dallo stile personale, originale, e senza dubbio anche dai temi indagati con le sue poesie. Salta subito all’occhio, alla prima lettura, anche la forma con i suoi ritmi e la musicalità. Ma queste caratteristiche sono, vorrei dire, intrinseche al poetare, così come la metrica, la rima o i versi liberi che, se pure non di secondaria importanza, assumono un valore aggiunto quando la poesia esprime pensieri profondi o rimanda ad esperienze per così dire ‘universali’, sommovendo emozioni e sentimenti genuini, o evocando atmosfere, risvegliando ricordi, nostalgie, suscitando speranze e ottimismo, anche.

Questo breve preambolo mi porta a considerare che nella nuova silloge di Cristina Bove, ‘Una donna di marmo nell’aiuola’, gli elementi sopra accennati si ritrovano tutti, e rendono la lettura delle poesie molto piacevole.
È anche vero che, se non si ha una certa familiarità con il suo modo di poetare, già dalla prima lettura occorre una attenzione particolare, verso per verso, e successivamente una ri-lettura che consenta di verificare la comprensione, o di assaporare, quantomeno, il distillato dell’essenza di ogni poesia. Questo perché Cristina spazia nei cieli immensi della sua anima e si rischia di perdersi se non ci si lascia condurre per mano.

In questa silloge, in particolare, l’autrice ci offre una sua lettura in controluce del reale, come attraverso una sorta di ‘diaframma’ del pensiero, che mostra mentre anche nasconde: sono riflessioni sulla vita, sull’amore, sul tempo, sulla psicologia dell’io.. ecc.. tutte tematiche molto complesse, che si lasciano solo parzialmente scandagliare e che quindi comportano una continua rivisitazione, poiché ogni volta si coglie appena un minimo aspetto, lasciandone in ombra un’infinità.

Volendo fare di questa mia breve nota qualcosa come una lettura a volo d’uccello, mi soffermerò soltanto su aspetti salienti, visibili -appunto- nell’insieme delle poesie, a cominciare da una strategia molto efficace utilizzata da Cristina in molte poesie di questa silloge, e cioè l’andatura contrappuntistica della versificazione, così che, mentre si ascolta una prima ‘melodia’ e se ne coglie il senso, è già a disposizione una successiva ‘voce poetica’ che in qualche modo incalza la prima, la ricorda, la riafferma, ma è diversa pur essendo simile, creando così un effetto di accordo-relazione tra le varie parti, pur indipendenti dal punto di vista della musicalità.

Oltre a questo godibile modo di procedere poetico, si possono agevolmente rilevare:

- delle contrapposizioni ‘diafane’ di negativo e positivo, sfumate dall'uno nell'altro, come rivela già il titolo della silloge: l’impietrirsi della donna (di marmo) ma sull’aiuola (sul morbido); altre contrapposizioni le troviamo tra vita/morte, calore/gelo, ombra/luce, ecc…

- l’utilizzo, a volte spiazzante, di metafore, molte delle quali tratte dal mondo marino, come se l’acqua fosse un valido supporto per l’effimero che è rappresentato dalla vita (infine arresa ai silenziosi flutti / mi spiaggerò su quella stessa riva / male che venga _come una risacca_ - v. ‘Male calmo’ - pag. 47)

- talvolta aforismi metaforici come questo, bellissimo: le pietre non carezzano le pietre / _è compito del sole farle vive_ -  v. ‘Esaurivento’ - pag. 67)

- la categoria della solitudine, insistita, in più d’una poesia, perché elemento costitutivo di ogni essere umano

- una lucida consapevolezza del tragico destino comune

- un rapporto controverso con il tempo, tra la sparizione dei minuti, l’effimero presente e una presunta eternità

- una sottesa amarezza, nei versi e, a volte, nei titoli stessi delle poesie; non disgiunta, tuttavia, da sottile ironia, semplice escamotage per resistere alle insidie del tempo, ma anche sguardo intelligente sull’accadere, in generale

- un ‘nutrimento’ culturale vastissimo, (come già evidenziato in precedenti mie recensioni di altre sillogi della Bove), che non smette mai di essere  metabolizzato in modi sempre nuovi

- e, certamente fondante della poetica boviana, il sentimento di comunione profonda con ogni aspetto dell’universo (condiviso con Walt Whitman, in Foglie d’erba).

E già, il mondo! Tutto quello che Cristina pone sotto la sua lente poetica di ingrandimento, è il mondo nella sua stanza: → ricordi visioni sogni parole illusioni immagini, tutto passato al vaglio attraverso quell’in_certo ‘diaframma’ del suo pensiero, anche mentre se ne sta a fare altro… (solo un esempio, Poi la nave bianca, pag. 79)

Ma ad andare ancora più in profondità nell’analizzare le poesie di Cristina Bove si rischia, di nuovo, non di non comprendere, ma di essere certi di aver compreso bene quel che voleva dire e nello stesso istante essere certi che voleva dire anche altro, perché la sua è la poetica del dire-non dire (come molto ben esplicitato ne’ L’oscuro lato della poesia, pag. 51).

Una sfida per il lettore, e forse anche una sfida per la stessa poetessa.

giovedì 19 dicembre 2019

Una donna di marmo nell'aiuola



Colma della sapienza di chi ha assaporato prospettive e dimensioni plurime in viaggi ampi, perfino estremi, ancorché senza usuali lasciapassare, mezzi di trasporto o documenti di transito, Una donna di marmo nell’aiuola, la raccolta più recente di Cristina Bove (con prefazione di Annamaria Ferramosca, Campanotto Editore 2019), predilige l’endecasillabo per dare vita a resoconti, a illuminazioni, a rilevazioni e a rivelazioni in un continuum sì armonioso, tuttavia non disgiunto dalla registrazione di note dissonanti.
Per chi legge e ascolta da anni la poesia di Cristina Bove questa raccolta è una conferma della originalità della sua voce poetica e, inoltre, un passo avanti dal punto di vista progettuale, del filo conduttore così come di tutto l’impianto. In un passaggio della quarta poesia del volume, Farsi parola e nome, si annida la chiave di accesso a Una donna di marmo nell’aiuola: se l’esistere con consapevolezza – progressiva, ma pur sempre consapevolezza – significa riconoscere la prossimità di punto di partenza e punto di approdo, in una dimensione straordinariamente ampia, ben oltre la sfera individuale, è importante, d’altro canto, individuare, analizzare, contemplare, perfino, le fasi ‘intermedie’ di quel costante perdersi, equivocare, illudersi ed errare che è il camminare su questa terra: «in fondo sono luce anche le pietre/ e noi gherigli dentro un mallo amaro/ che mettemmo tra noi per farci noi/ di vista incerta _ch’eravamo dio_/ per ritrovarci dopo esserci persi/ e questo è il gioco».
Illuminata anche dal richiamo a Little Gidding, il quarto dei Quattro quartetti di Eliot («e il termine d’ogni nostro ricercare / sarà arrivare lì dove iniziammo», nella mia traduzione), a chi percorre queste pagine di Cristina Bove si palesa una caratteristica fondamentale, vale a dire la presenza di un movimento che da altezze vertiginose (da un trauma, da una cesura irreversibile sono derivate, così come narrava l’autrice nel romanzo Una per mille, doti spiccate di discernimento), dalle quali è possibile intuire essenze e persistenze attraverso lo spazio e il tempo (a ragione Annamaria Ferramosca scrive del ritorno della “dimensione cosmica”), si avvicina, si fa sempre più dappresso all’obiettivo dell’attenzione, per evitare equivoci e banalizzazioni, oltre che per affondare con la maggiore precisione possibile la lama della parola nel tessuto molle delle auto-giustificazioni, delle scusanti e dei bassi interessi.
Non c’è pausa in questo moto incessante che va dall’estrema rarefazione del dire, dai voli mistici, perfino dai toni cromatici e musicali della spiritualità, fino alla fustigazione puntuale e amarissima di quelli che ebbi a definire “riti tribali affantoccianti”.
L’eterea presenza di luce – candida e celestiale tra chioma e pupilla – è anche la impeccabile, tra asettica e implacabile, ricercatrice delle umane falle, di ipocrisie e incoerenze: «Insieme d’incostanze: l’io depone/ l’uovo del suo sentirsi unico/ tra le infinite repliche/ nasce l’uomogirino e in una virgola/ a sua insaputa è già cambiato il mondo/ i tu/ i voi/ i noi/ i loro».
Di varia natura e ampiezza, così come le dimensioni toccate, sono le fonti alle quali si abbevera lo spirito, di cui si nutre una penna che, per ricorrere a una metafora che in questa raccolta fa apparizione, tutto fa tranne che semplicemente imbrattare e imbibirsi di inchiostro. A chi legge affido il compito di individuarle, oltre i confini delle belles lettres, oltre le distinzioni tra letture filosofiche, scientifiche e divulgative, tra musica e arti figurative.
Quello che resta, straniante e rivelatore insieme, è una cifra inconfondibile; quello che resta sono la tela, i colori, la tessitura della poesia di Cristina Bove.

mercoledì 18 settembre 2019

Una donna di marmo nell'aiuola - prefazione di Annamaria Ferramosca




      Contro ogni marmo non resta che mendicare il sogno dei folli e dei poeti

Tra opere d’arte varia (pittura, scultura, video-art) e dopo tre raccolte di poesia pubblicate e il successo del romanzo autobiografico Una per mille, la poliedrica artista Cristina Bove ritorna alla poesia con questo nuovo incandescente libro, frutto di un imponente lavoro di introspezione e percezione del mondo e del suo senso.
 La donna di marmo nell’aiuola è proprio lei, l’autrice, che inscena il grandioso spettacolo della vita e pure la sfera oscura dell’oltrevita, indagando l’essenza dell’umano e del mondo, incalzando con testi serrati la stessa esistenza a rivelare il versante indicibile, tutta la sua assurdità, perfino ad ammetterne il possibile non-sense. Attraverso un andamento simil-poematico che procede per testi separati, ma che risultano tutti interconnessi e senza rompere l’opera in sezioni, Cristina Bove dipana le sue interrogazioni metafisiche e lo fa con toni lievi, quasi dialoganti, e con una continua sottile ironia, che salva la scrittura dal rischio di sconfinamento filosofico.
Ritorna la sua visione cosmica - gli esseri come frammenti di infinito nell’infinito – o come lembi vaganti di pensiero o anche nomi in volo che aspettano di essere riconosciuti, comunque minime cosmiche entità in un continuo gioco del ritrovarci dopo esserci persi. Una verità ineludibile, che gli umani continuano a non vedere, perché oscurata dai guasti che essi stessi insistono a perpetrare sul mondo, quasi in una maledetta coazione a ripetere, un destino gramo che fa dimenticare l’immenso da cui si proviene. Ecco perché l’autrice dichiara di restare in attesa dell’andata e del non ritorno, come per ritornare alla serenità dell’origine, e di sentirsi già nel momento del trapasso tra fuoco e ghiaccio, chiedendo per sé solo un prato di giunchiglie (l’aiuola del titolo, metafora di uno spazio di pace). La ricerca di senso accade per visioni oniriche e sprazzi dal sapore profetico, con figure di creature mitiche che nel ricordo della poetessa emergevano dalle mura domestiche già dalla lontana infanzia e che - come simboli di illusione – la informano della possibile totale inconsistenza della realtà.
e non si appare che vestiti vuoti
appollaiati alle finestre
vapori a fil di vento
a tessere giornate in spazi assenti

città dipinte nei colori onirici
intorno a tutti i sé temuti e amati
-ci si può stare in tanti –
suggeriscono strade sul confine
oltre le cose conosciute e solide
varchi da cui si possa intravedere
un altro esistere               - forse -            (n.9)
E l’ironia, che a volte sconfina nel sarcasmo, è il corrimano cui Bove si aggrappa per resistere al senso di vuoto che avverte, devastante, come nei versi
L’aria che avvolge i corpi
è il calco d’ogni forma
-una fusione a cielo perso -   
e
anime confinate nei minuti
- lo spazio, un vuoto a rendere -         (n.11)
 Perfino il possedere una stanza tutta per sé, di woolfiana memoria, non basta a diradare la nebbia persistente. Restano i bambini, figure-archetipo della pura percezione della verità, a intuire e suggerire, e resta l’amore, che in questo buio-luce è ineliminabile fuoco. Anche se dell’amore non si può dire - di fronte alle macerie umane che sommergono - sia per eccesso di pudore, sia perché è quasi impossibile un vero amoroso incontro, nonostante la vicinanza degli amanti.     

Con il suo naturale andamento metrico in settenari ed endecasillabi e nel lessico l’uso frequente  di termini polifusi,     l’affabulare poetico di Cristina Bove procede in sonora tensione ritmica e forza immaginativa indagando bellezza e fragilità del mondo e scavando nelle pieghe dell’io, snodi cruciali di questa poetica. Bove pure riconosce le difficoltà dello scavo e la distanza che sempre si frappone con il proprio focus di verità, quel “segreto centro” borgesiano, sorgente di suggestioni e tracce rivelatrici, eppure mai completamente raggiungibile.

E centrale appare il testo Desistenze (n.39), dove è inscenato un dialogo tra la poetessa e un altro - non importa chi sia, compagno di vita o amico/a -, in cui il desiderio di ricomposizione di un’interiorità lacerata e pure la fame di salvezza da un sistema esterno che travolge l’umano, si scontrano con la consapevolezza di un destino di solitudine e di finale totale evanescenza. Resta potente la rappresentazione della miseria umana, dell’imperturbabile sordità dei responsabili al potere verso il grido che si leva dagli ultimi della terra. La poetessa si spinge così a prefigurare un’autoestinzione dei viventi, epilogo molto probabile dell’umana vicenda, forse - a parziale discolpa degli umani - con colpo finale dato da eventi catastrofici geologici, quando la Terra vorrà scrollarsi dalle pulci. (n.72)
Si percepisce nettamente da questa scrittura colma d’amarezza l’impronta di una cicatrice non rimarginata, l’esito di un fiero dolore-mancanza che ha capovolto quella capacità di visione che siamo soliti dire “normale”, rendendola acuta e nitida, fino all’incandescenza. E tutto questo accade in un perimetro privato, angusto come è quello domestico, tra un taglio di patate e una pentola lasciata bruciare, o uno sguardo sul giardino fuori dalla finestra: condizioni che qui invece dilatano e accelerano l’acuzie del pensiero, capace di lanciare fuori dal bunker una parola autentica, debordante, memorabile. Il suo ritmo curatissimo, il suo tono ora colloquiale, ora stralunato, dà vita ad una scrittura che Cristina Bove sa colorare di tinte inafferrabili e arcane, come fa con le sue oniriche e rarefatte opere di videoart. Basta soffermarsi sui testi E di siffatte favole dormire (n.59) e Come in un quadro di Chagall (n.60), dove, nonostante tutto, anche in contraddizione con altra tesi poeticamente sostenuta in precedenza, emerge - impellente di necessità - il desiderio di vicinanza e sostegno affettivo. Così la poesia di Bove lascia sottendere che, soprattutto in poesia, occorre fare i conti con la contraddizione, che non è altro che uno specchio della molteplicità del reale. Dal grigiore ci si può infatti sollevare volando, magari con le labili ali di Icaro che ci faranno ammarare senza salvagente, ma con la consapevolezza che ci sarà concesso di guardare quella turbolenza all’orizzonte, ultima parvenza di una possibile realtà benigna.
nel tempo limitato degli sguardi
nello spazio di cose sottoscritte
l’angelo che ci assiste se ne va
toccato e arreso
 ci lascia sopraffatti dalla vita
 spenti alla luna, accesi in altri mondi
ciascuno nella propria solitudine            (n.40)
Tutto il libro si rivela dunque un cammino che esplora senza paura i tanti aspetti del buio che ci sommerge, una voce familiare che sembra prenderci per mano, che ci lascia pure una sua ultima accorata richiesta di perdono e infine lancia una sorta di aperta profezia, che la vita forse sarà sempre un mendicare il sogno dei folli e dei poeti. (n.49)
Cristina Bove ha saputo costruire in questi nostri giorni disastrati e disconnessi un raro ed esemplare modello di poesia sul senso dell’esistere, con una scrittura limpida, coraggiosa, fuori da ogni maschera. Offrendo la propria inquietudine e la propria elaborazione poetica, e insieme una soglia raggiunta di serenità, la poetessa ha sospinto la parola oltre i confini della finitezza, laddove la sua comunicazione si fa più acuta e il senso intravisto degno di memoria. E’questa oggi la responsabilità che si richiede alla poesia.
                                                                                          Annamaria Ferramosca 
 

venerdì 18 gennaio 2019

recensione di Luigi Paraboschi

La simmetria del vuoto
di Cristina Bove     – ed Arcipelago Itaca



Ho scelto come inizio di questo mio discorrere attorno all'ultima raccolta di Cristina Bove qualche verso che possiamo trovare  a pag. 14:

... starsene fermi/ su questo mondo che ci ruota attorno/perennemente in viaggio verso est/ e dirsi in versi/ forse nel tentativo di sottrarsi/ non solamente al male/ ma anche alla terribile bellezza/ che annichilisce e ammalia /

perché mi sembra che  il loro insieme ritrae abbastanza bene la posizione interiore di questa multiforme artista che spazia tra la poesia, il romanzo, la pittura e la scultura.

Dalla frequentazione di queste varie forme espressive l'idea che traspare dai versi  e cioè che “la terra è un campo coltivato a sassi“ sia lo spunto dal quale ha di certo preso  l'avvio  tutto il suo lavoro poetico, e forse non solamente quello.

E quali saranno gli ausili espressivi per sondare quel ”campo coltivato a sassi”, dei quali essa  si serve lungo il suo cammino artistico?

Alcuni li troviamo a pag. 15, nel finale della poesia:

... mi allontano _spossata_ /vestita solamente del mio dire/ ché preferisco tinte delicate/ se proprio devo esprimere un pensiero//.

Appare chiaro che la fuga da quella realtà frustrante che la circonda e  “annichilisce e ammalia“  la induce a rifiutare nella sua tavolozza linguistica  le tinte forti  perché come  sa chi conosce anche un minimo di pittura, è facile nascondere, o meglio coprire, i “pentimenti“ del pittore usando colori accesi, ma ho la sensazione che l'autrice non abbia avuto pentimenti scrivendo, anche se predilige le tinte delicate, perché il  suo dire è tutto celato dentro queste parole di pag. 24  “... ciò che nessuno vede per davvero/ è la prigione dove stagna il cuore“.

A volte sembra difficile accostarsi alla poesia come genere letterario a causa di una  presunta difficoltà interpretativa, ma i due versi riportati poco sopra sono la sfida per eccellenza per coloro che amano connettersi con il sentimento fondante di ogni autore, che nel caso della Bove, è “ la prigione dove stagna il cuore“.

E dove e da cosa è imprigionato il cuore della nostra autrice?

Si può identificare questa prigione con qualcosa accaduto lontano, molto lontano nel tempo, che deve avere imprigionato il suo animo allora e per sempre.

Scrive a pag. 20: ”... il trenta agosto di tanti anni fa/ sembra passato da un solo minuto“. E' evidente quanto questa data è stata fondamentale per lei, come un giorno di  “morte/e/resurrezione“, per usare due termini di carattere religioso, e rintracciamo a pag. 83 il chiarimento essenziale per divaricare un poco quelle sbarre che le imprigionano il cuore:

E  vivo al posto suo/ da quella notte del trentuno agosto/ che lei precipitò dalla ringhiera/ e poi si addormentò sul marciapiede/ io me ne andai/ lasciandola sul posto _e venni al mondo/ pagandomi l'accesso dal balcone“.

In quell'agosto del '61 sarebbe potuta scomparire una giovane di 18 anni, ma è sopravvissuta, risorgendo sotto nuove vesti che costrinsero allora, e lo fanno ancora, il prima ed il dopo della sua vita a convivere (più o meno felicemente) dentro un rapporto di coppia tutta femminile nel quale la ragazza di allora si è fatta progressivamente  donna adulta e madre, portando così avanti quella che a pag. 40 definisce: “... la sua condanna a vivere“, e si trovò, come scrive a pag. 12 - pagando il prezzo di essere viva -. “da sola/ a incorniciare riccioli di polvere“.

Ma se, come si legge a pag.16, “... esiliarsi non basta/ per ingannare il tempo e la ragione”, non possiamo non avvertire tutta l'amarezza che essa sa racchiudere dentro questi versi nel finale della stessa poesia: “// bisognerebbe eliminare intralci/ non solamente tralci/ quando si smette di produrre fiori“//.

La poetica di “la simmetria del vuoto“ però non  si  esaurisce nella semplice conoscenza del SÉ, non si autocelebra, è  ben radicata nel mondo in cui nasce e si esprime con stizza e durezza nei confronti di quel  Potere che vorrebbe lei e le altre donne come una sorta di
”Penelope stanca di (t)essere, come afferma il titolo molto originale della poesia a pag. 33 in cui leggiamo: “ vorrebbe abbandonare trama e ordito/ allontanarsi dall'intreccio/ perdere il filo del discorso _subbio e liccio_/ salvarsi dal ribattere del pettine/ le scie dei sottintesi/ e diventare quasi evanescente //.

L'indice è puntato verso coloro che la  spingono a domandarsi se “esserci o no“ // a volte quasi estranea/ nell'ascoltarsi dire e dubitare/ di avere detto ciò che andava detto/ _aumenta la distanza _/ tra chi recita un mantra e chi non sente/ chi la vorrebbe solo un io narrante/.

La conclusione della poesia è quella nella quale talvolta siamo anche noi  indotti a rifugiarci:

“Invece lei/vorrebbe accantonare la matassa/e starsene accucciata ad aspettare/ sotto la balconata dei ricordi _un filo d'oro / che termini la tela _

L'impegno verso gli aspetti più eclatanti della diseguaglianze sociali, lo sdegno per gli intrallazzi del Potere, il disgusto per lo sfruttamento della buona fede dei cittadini appaiono con tutta la loro evidenza in questa poesia di pag. 17 che trascrivo per intero, dal titolo: Ipnagogica

Ombre cinesi/ mobili appena al gesto delle mani/ sulle pareti nude/ intorno il circo degli imbonitori/_bisognosi d'aerei personali/ sennò come si è pari/ a presidenti, papi, imperatori?//
 
Il balbuziente dio delle borgate/ acclama l'afasia degli istrioni/ a un pupazzo e i suoi accoliti gli onori/ al gregge la pastura, ammaestrare/ la pecora che basta lavorare/ mangiare e defecare, guardare la tivù/ versare i contributi e le prebende/ schiattare sulla terra col sudore/ piegarsi ad ogni altare/ ché tanto poi l'accoglierà Gesù/ nel paradiso di chi muore qui/ per far la vita agiata al suo predone//
il potere ha lo sporco nelle unghie/ _un supermarket delle ambiguità_/ distribuzione di foraggiamenti/ appalti e nomine, tanto a pagare sarai sempre tu/ tu prono col tuo codice fiscale/ illuso d'esser libero/ ma incatenato e con la palla al piede//

Ma se è vero ciò che Bove scrive a pag. 38 in Luogo a recedere:

“... ogni paese ha mezzelune e croci profilate  nei cieli/ angusti varchi tra minareti e cupole: a quel dio/ dal bellicoso cuore, immagine degli uomini/ che hanno perduto il senno/ _e sono morti tutti gli ippogrifi_ non abbiamo più scampo/ in questi tempi di furore e sangue/ narcotizzati come siamo, talpe/ bulimiche all'ingrasso/ cincischieremo ancora con le pagine/ di network e affini/ c'illuderemo d’essere importanti/ accompagnando versi con le cetre/_intanto che/ le capitali degli imperi bruciano/ perché siamo incapaci/ di progettare mondi alternativi/ al n(m)ostro vivere //

Il linguaggio poetico della Bove è sottile, spesso arguto, ironico e vorrei chiudere citando alcuni dei versi più graffianti:
a pag. 18:... e capiremo che l'assuefazione/ ne uccide più di distruzioni in massa/
a pag. 36: il titolo della poesia è Verbicitante e già di per sé è un piccolo capolavoro d'ironia, e per la guarigione alla fine troviamo “il medico prescrive: un cucchiaio di silenzio/ lontano dai tasti“
e a pag. 4& appare alla fine questa zampata: “così m'avvio per luoghi più sicuri/ in fuga dalle sale predatorie/ perché sono malata seriamente/ d'insufficienza venale“.

E questo sguardo amaro, ma ironico è la chiave di salvezza che l'autrice consiglia  a noi lettori.

 8 gennaio 2019
lettura di Luigi Paraboschi

giovedì 10 gennaio 2019

"La simmetria del vuoto" - Arcipelago Itaca edizioni

L’equilibrio della sospensione: _La simmetria del vuoto_ di Cristina Bove

C’è un verbo che associo alla poesia di Cristina Bove e che si addice in modo particolare a questa raccolta, _La simmetria del vuoto_. È un verbo che appartiene alla lingua tedesca e, come spesso accade per i passaggi da un idioma all’altro, racchiude molti significati, che non possono essere resi con un solo verbo italiano. Il termine tedesco è schweben, e vuol dire stare sospesi, librarsi, così come, pure, oscillare, fluttuare. Ecco, la dimensione nella quale si muovono e alla quale permettono di accedere i versi di Cristina Bove è sicuramente ‘oltre’, al di sopra (si pensi al «canto al di sopra della polvere» dei Canti lungo la fuga di Ingeborg Bachmann), si muove, si libra, sorvola, conservando tuttavia la piena consapevolezza del bilico perenne, della sospensione su un abisso che può essere fatale, o lo è già stato e dunque si spalanca nell’indaffarata noncuranza della maggior parte dei viventi.
Occorrenze e ricorrenze sono una prova vivida del collocarsi della poesia di Cristina Bove su una soglia tutta particolare. Più che fermarsi al vano di una porta, le immagini prendono per mano e conducono piuttosto sul parapetto di un balcone, sull’impavesata di un veliero, su scogli a picco o, ancora, sul limitare di un bosco insieme incantato e insidioso e, naturalmente, “attraverso lo specchio” di Alice in Lewis Carroll. Già soltanto con il termine “oltre”, ci imbattiamo - mentre la ricchissima tavolozza di Cristina Bove dispiega una formidabile gamma cromatica e ripesca dalla nostra memoria, anche senza menzionarlo, il blu oltremare -  in due composti, «oltresemantico» e «oltreluce». Si tratta di due termini che interpreto come programmatici: occorre aspirare a significato e a chiarezza che comprendano e insieme superino il piano sensoriale.
Altro termine ricorrente è «volo» – e torniamo al librarsi, all’essere sospesi, al sorvolare. Se il volo è da un lato legato a un episodio-svolta nell’esistenza  - «da quella notte del trentuno agosto», leggiamo in 1961 (epilogo d’estate e d’un suicidio) - , come ribadiscono i versi di Immaginaria lettera d’amore:  «: è lì che sei rimasta, passandoti attraverso/ indenne/  così ti vidi nella scia del volo/ cadere tra i gerani  e adesso il velo/ che ti sfigura e quasi ti cancella/ ha il senso che ti diedi _parve una foto in ombra_/ tuttavia/ raccolsi ogni tuo modo di morire/ non potevo sapere/ quanto ti avrebbe consentito il vivere», e gli endecasillabi perfetti di In itinere: «eppure un volo le testimoniava/ di un alfabeto senza le parole», dall’altro esso si manifesta sotto le sembianze di turbinare universale di «sirene pesci girifalchi in volo» nell’(auto)irridente La visione centripeta, in cui «è l’Es che r(ide) e si ridimensiona».
Cristina Bove sembra avvertire chi legge: non ti fermare al primo significato, non ti fermare all’apparenza, abbi il coraggio di scavalcare,< di fare un balzo o scivolare dall’altra parte, in altre parole, semplicemente, di oltrepassare. Questo fa sì che anche coloro che, come chi sta scrivendo,  hanno visto ‘nascere’ molti di questi testi e ne hanno seguito i primi passi, con sentimenti mescolati di empatia e di sorpresa, possano avvertire, a ogni rinnovato passaggio, l’invito ad addentrarsi maggiormente in questo mondo fatto di percezioni chiarissime, ma non liquidabili o esauribili con un atto di mera ragione o con una immediata sovrapposizione, a mo’ di carta copiativa, al dato biografico.
Librarsi a un livello superiore non significa affatto condannarsi ad essere tanto eterei quanto esili, tutt’altro. La poesia di Cristina Bove conosce e pratica la robusta critica alle piccinerie del momento così come alla perdurante ‘tentazione al vanesio’ in multiformi e vuote varietà e, con accenti e versi inequivocabili, al potere rimpinzante e narcotizzante, come avviene in Ipnagogica: « il potere ha lo sporco nelle unghie/ _un supermarket delle  ambiguità_/ distribuzione  di foraggiamenti / appalti e nomine, tanto a pagare sarai sempre tu/  tu prono, col tuo codice fiscale/  illuso d’esser libero/ ma incatenato e con la palla al piede».
Avere acquisito una visione dall’alto (e il prezzo è salato, sconti non ce ne sono, su questo non può sussistere alcun dubbio, leggiamo tra i versi e nei titoli sapidi e creativi; uno per tutti è Affetti collaterali) non è motivo di vano inorgoglirsi per Cristina Bove, ma, al contrario, pungolo di ricerca per un comune denominatore umano, nonostante tutto, o, forse, per una condivisa dimensione ‘oltreumana’, ma senza alcuna forzatura esoterica o vitalistica.  La condizione di «sospesi», infatti, si concorda in questa raccolta quasi sempre con a un «noi» che comprende, che non esclude. Per sé, Cristina Bove assume il compito di cercare un equilibrio nella sospensione, consapevole dell’azzardo e dell’instabilità incombenti: una simmetria del vuoto, appunto,  «_tra due trattini stesi_» (in .mettere un punto).
«E quelli che vivono male e in modo sbagliato il mistero (e sono moltissimi), lo perdono solo per sé e lo trasmettono come una lettera sigillata, senza saperlo», scriveva Rilke in una delle Lettere a un giovane poeta (questo passaggio, nella mia traduzione, è tratto dalla lettera spedita a Kappus il 16 luglio 1903, quando Rilke si trovava a Worpswede): Cristina Bove ha fatto tesoro di questa constatazione e lascia a chi legge la scelta di aprire o lasciare sigillata quella lettera.

Anna Maria Curci