venerdì 18 gennaio 2019

recensione di Luigi Paraboschi

La simmetria del vuoto
di Cristina Bove     – ed Arcipelago Itaca



Ho scelto come inizio di questo mio discorrere attorno all'ultima raccolta di Cristina Bove qualche verso che possiamo trovare  a pag. 14:

... starsene fermi/ su questo mondo che ci ruota attorno/perennemente in viaggio verso est/ e dirsi in versi/ forse nel tentativo di sottrarsi/ non solamente al male/ ma anche alla terribile bellezza/ che annichilisce e ammalia /

perché mi sembra che  il loro insieme ritrae abbastanza bene la posizione interiore di questa multiforme artista che spazia tra la poesia, il romanzo, la pittura e la scultura.

Dalla frequentazione di queste varie forme espressive l'idea che traspare dai versi  e cioè che “la terra è un campo coltivato a sassi“ sia lo spunto dal quale ha di certo preso  l'avvio  tutto il suo lavoro poetico, e forse non solamente quello.

E quali saranno gli ausili espressivi per sondare quel ”campo coltivato a sassi”, dei quali essa  si serve lungo il suo cammino artistico?

Alcuni li troviamo a pag. 15, nel finale della poesia:

... mi allontano _spossata_ /vestita solamente del mio dire/ ché preferisco tinte delicate/ se proprio devo esprimere un pensiero//.

Appare chiaro che la fuga da quella realtà frustrante che la circonda e  “annichilisce e ammalia“  la induce a rifiutare nella sua tavolozza linguistica  le tinte forti  perché come  sa chi conosce anche un minimo di pittura, è facile nascondere, o meglio coprire, i “pentimenti“ del pittore usando colori accesi, ma ho la sensazione che l'autrice non abbia avuto pentimenti scrivendo, anche se predilige le tinte delicate, perché il  suo dire è tutto celato dentro queste parole di pag. 24  “... ciò che nessuno vede per davvero/ è la prigione dove stagna il cuore“.

A volte sembra difficile accostarsi alla poesia come genere letterario a causa di una  presunta difficoltà interpretativa, ma i due versi riportati poco sopra sono la sfida per eccellenza per coloro che amano connettersi con il sentimento fondante di ogni autore, che nel caso della Bove, è “ la prigione dove stagna il cuore“.

E dove e da cosa è imprigionato il cuore della nostra autrice?

Si può identificare questa prigione con qualcosa accaduto lontano, molto lontano nel tempo, che deve avere imprigionato il suo animo allora e per sempre.

Scrive a pag. 20: ”... il trenta agosto di tanti anni fa/ sembra passato da un solo minuto“. E' evidente quanto questa data è stata fondamentale per lei, come un giorno di  “morte/e/resurrezione“, per usare due termini di carattere religioso, e rintracciamo a pag. 83 il chiarimento essenziale per divaricare un poco quelle sbarre che le imprigionano il cuore:

E  vivo al posto suo/ da quella notte del trentuno agosto/ che lei precipitò dalla ringhiera/ e poi si addormentò sul marciapiede/ io me ne andai/ lasciandola sul posto _e venni al mondo/ pagandomi l'accesso dal balcone“.

In quell'agosto del '61 sarebbe potuta scomparire una giovane di 18 anni, ma è sopravvissuta, risorgendo sotto nuove vesti che costrinsero allora, e lo fanno ancora, il prima ed il dopo della sua vita a convivere (più o meno felicemente) dentro un rapporto di coppia tutta femminile nel quale la ragazza di allora si è fatta progressivamente  donna adulta e madre, portando così avanti quella che a pag. 40 definisce: “... la sua condanna a vivere“, e si trovò, come scrive a pag. 12 - pagando il prezzo di essere viva -. “da sola/ a incorniciare riccioli di polvere“.

Ma se, come si legge a pag.16, “... esiliarsi non basta/ per ingannare il tempo e la ragione”, non possiamo non avvertire tutta l'amarezza che essa sa racchiudere dentro questi versi nel finale della stessa poesia: “// bisognerebbe eliminare intralci/ non solamente tralci/ quando si smette di produrre fiori“//.

La poetica di “la simmetria del vuoto“ però non  si  esaurisce nella semplice conoscenza del SÉ, non si autocelebra, è  ben radicata nel mondo in cui nasce e si esprime con stizza e durezza nei confronti di quel  Potere che vorrebbe lei e le altre donne come una sorta di
”Penelope stanca di (t)essere, come afferma il titolo molto originale della poesia a pag. 33 in cui leggiamo: “ vorrebbe abbandonare trama e ordito/ allontanarsi dall'intreccio/ perdere il filo del discorso _subbio e liccio_/ salvarsi dal ribattere del pettine/ le scie dei sottintesi/ e diventare quasi evanescente //.

L'indice è puntato verso coloro che la  spingono a domandarsi se “esserci o no“ // a volte quasi estranea/ nell'ascoltarsi dire e dubitare/ di avere detto ciò che andava detto/ _aumenta la distanza _/ tra chi recita un mantra e chi non sente/ chi la vorrebbe solo un io narrante/.

La conclusione della poesia è quella nella quale talvolta siamo anche noi  indotti a rifugiarci:

“Invece lei/vorrebbe accantonare la matassa/e starsene accucciata ad aspettare/ sotto la balconata dei ricordi _un filo d'oro / che termini la tela _

L'impegno verso gli aspetti più eclatanti della diseguaglianze sociali, lo sdegno per gli intrallazzi del Potere, il disgusto per lo sfruttamento della buona fede dei cittadini appaiono con tutta la loro evidenza in questa poesia di pag. 17 che trascrivo per intero, dal titolo: Ipnagogica

Ombre cinesi/ mobili appena al gesto delle mani/ sulle pareti nude/ intorno il circo degli imbonitori/_bisognosi d'aerei personali/ sennò come si è pari/ a presidenti, papi, imperatori?//
 
Il balbuziente dio delle borgate/ acclama l'afasia degli istrioni/ a un pupazzo e i suoi accoliti gli onori/ al gregge la pastura, ammaestrare/ la pecora che basta lavorare/ mangiare e defecare, guardare la tivù/ versare i contributi e le prebende/ schiattare sulla terra col sudore/ piegarsi ad ogni altare/ ché tanto poi l'accoglierà Gesù/ nel paradiso di chi muore qui/ per far la vita agiata al suo predone//
il potere ha lo sporco nelle unghie/ _un supermarket delle ambiguità_/ distribuzione di foraggiamenti/ appalti e nomine, tanto a pagare sarai sempre tu/ tu prono col tuo codice fiscale/ illuso d'esser libero/ ma incatenato e con la palla al piede//

Ma se è vero ciò che Bove scrive a pag. 38 in Luogo a recedere:

“... ogni paese ha mezzelune e croci profilate  nei cieli/ angusti varchi tra minareti e cupole: a quel dio/ dal bellicoso cuore, immagine degli uomini/ che hanno perduto il senno/ _e sono morti tutti gli ippogrifi_ non abbiamo più scampo/ in questi tempi di furore e sangue/ narcotizzati come siamo, talpe/ bulimiche all'ingrasso/ cincischieremo ancora con le pagine/ di network e affini/ c'illuderemo d’essere importanti/ accompagnando versi con le cetre/_intanto che/ le capitali degli imperi bruciano/ perché siamo incapaci/ di progettare mondi alternativi/ al n(m)ostro vivere //

Il linguaggio poetico della Bove è sottile, spesso arguto, ironico e vorrei chiudere citando alcuni dei versi più graffianti:
a pag. 18:... e capiremo che l'assuefazione/ ne uccide più di distruzioni in massa/
a pag. 36: il titolo della poesia è Verbicitante e già di per sé è un piccolo capolavoro d'ironia, e per la guarigione alla fine troviamo “il medico prescrive: un cucchiaio di silenzio/ lontano dai tasti“
e a pag. 4& appare alla fine questa zampata: “così m'avvio per luoghi più sicuri/ in fuga dalle sale predatorie/ perché sono malata seriamente/ d'insufficienza venale“.

E questo sguardo amaro, ma ironico è la chiave di salvezza che l'autrice consiglia  a noi lettori.

 8 gennaio 2019
lettura di Luigi Paraboschi

giovedì 10 gennaio 2019

"La simmetria del vuoto" - Arcipelago Itaca edizioni

L’equilibrio della sospensione: _La simmetria del vuoto_ di Cristina Bove

C’è un verbo che associo alla poesia di Cristina Bove e che si addice in modo particolare a questa raccolta, _La simmetria del vuoto_. È un verbo che appartiene alla lingua tedesca e, come spesso accade per i passaggi da un idioma all’altro, racchiude molti significati, che non possono essere resi con un solo verbo italiano. Il termine tedesco è schweben, e vuol dire stare sospesi, librarsi, così come, pure, oscillare, fluttuare. Ecco, la dimensione nella quale si muovono e alla quale permettono di accedere i versi di Cristina Bove è sicuramente ‘oltre’, al di sopra (si pensi al «canto al di sopra della polvere» dei Canti lungo la fuga di Ingeborg Bachmann), si muove, si libra, sorvola, conservando tuttavia la piena consapevolezza del bilico perenne, della sospensione su un abisso che può essere fatale, o lo è già stato e dunque si spalanca nell’indaffarata noncuranza della maggior parte dei viventi.
Occorrenze e ricorrenze sono una prova vivida del collocarsi della poesia di Cristina Bove su una soglia tutta particolare. Più che fermarsi al vano di una porta, le immagini prendono per mano e conducono piuttosto sul parapetto di un balcone, sull’impavesata di un veliero, su scogli a picco o, ancora, sul limitare di un bosco insieme incantato e insidioso e, naturalmente, “attraverso lo specchio” di Alice in Lewis Carroll. Già soltanto con il termine “oltre”, ci imbattiamo - mentre la ricchissima tavolozza di Cristina Bove dispiega una formidabile gamma cromatica e ripesca dalla nostra memoria, anche senza menzionarlo, il blu oltremare -  in due composti, «oltresemantico» e «oltreluce». Si tratta di due termini che interpreto come programmatici: occorre aspirare a significato e a chiarezza che comprendano e insieme superino il piano sensoriale.
Altro termine ricorrente è «volo» – e torniamo al librarsi, all’essere sospesi, al sorvolare. Se il volo è da un lato legato a un episodio-svolta nell’esistenza  - «da quella notte del trentuno agosto», leggiamo in 1961 (epilogo d’estate e d’un suicidio) - , come ribadiscono i versi di Immaginaria lettera d’amore:  «: è lì che sei rimasta, passandoti attraverso/ indenne/  così ti vidi nella scia del volo/ cadere tra i gerani  e adesso il velo/ che ti sfigura e quasi ti cancella/ ha il senso che ti diedi _parve una foto in ombra_/ tuttavia/ raccolsi ogni tuo modo di morire/ non potevo sapere/ quanto ti avrebbe consentito il vivere», e gli endecasillabi perfetti di In itinere: «eppure un volo le testimoniava/ di un alfabeto senza le parole», dall’altro esso si manifesta sotto le sembianze di turbinare universale di «sirene pesci girifalchi in volo» nell’(auto)irridente La visione centripeta, in cui «è l’Es che r(ide) e si ridimensiona».
Cristina Bove sembra avvertire chi legge: non ti fermare al primo significato, non ti fermare all’apparenza, abbi il coraggio di scavalcare,< di fare un balzo o scivolare dall’altra parte, in altre parole, semplicemente, di oltrepassare. Questo fa sì che anche coloro che, come chi sta scrivendo,  hanno visto ‘nascere’ molti di questi testi e ne hanno seguito i primi passi, con sentimenti mescolati di empatia e di sorpresa, possano avvertire, a ogni rinnovato passaggio, l’invito ad addentrarsi maggiormente in questo mondo fatto di percezioni chiarissime, ma non liquidabili o esauribili con un atto di mera ragione o con una immediata sovrapposizione, a mo’ di carta copiativa, al dato biografico.
Librarsi a un livello superiore non significa affatto condannarsi ad essere tanto eterei quanto esili, tutt’altro. La poesia di Cristina Bove conosce e pratica la robusta critica alle piccinerie del momento così come alla perdurante ‘tentazione al vanesio’ in multiformi e vuote varietà e, con accenti e versi inequivocabili, al potere rimpinzante e narcotizzante, come avviene in Ipnagogica: « il potere ha lo sporco nelle unghie/ _un supermarket delle  ambiguità_/ distribuzione  di foraggiamenti / appalti e nomine, tanto a pagare sarai sempre tu/  tu prono, col tuo codice fiscale/  illuso d’esser libero/ ma incatenato e con la palla al piede».
Avere acquisito una visione dall’alto (e il prezzo è salato, sconti non ce ne sono, su questo non può sussistere alcun dubbio, leggiamo tra i versi e nei titoli sapidi e creativi; uno per tutti è Affetti collaterali) non è motivo di vano inorgoglirsi per Cristina Bove, ma, al contrario, pungolo di ricerca per un comune denominatore umano, nonostante tutto, o, forse, per una condivisa dimensione ‘oltreumana’, ma senza alcuna forzatura esoterica o vitalistica.  La condizione di «sospesi», infatti, si concorda in questa raccolta quasi sempre con a un «noi» che comprende, che non esclude. Per sé, Cristina Bove assume il compito di cercare un equilibrio nella sospensione, consapevole dell’azzardo e dell’instabilità incombenti: una simmetria del vuoto, appunto,  «_tra due trattini stesi_» (in .mettere un punto).
«E quelli che vivono male e in modo sbagliato il mistero (e sono moltissimi), lo perdono solo per sé e lo trasmettono come una lettera sigillata, senza saperlo», scriveva Rilke in una delle Lettere a un giovane poeta (questo passaggio, nella mia traduzione, è tratto dalla lettera spedita a Kappus il 16 luglio 1903, quando Rilke si trovava a Worpswede): Cristina Bove ha fatto tesoro di questa constatazione e lascia a chi legge la scelta di aprire o lasciare sigillata quella lettera.

Anna Maria Curci



domenica 11 febbraio 2018

il mio Romanzo

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Autore: Cristina Bove
Editore: FusibiliaLibri
Collana: diorama (collana di prosa)
Anno 2016
pp. 176
formato 17×17
14,00 euro
ISBN 9788898649365
Prefazione di Franco Romanò
disponibile su fusibilia@gmail.com
spese di spedizione a carico di Fusibilia

lunedì 12 gennaio 2015

Cristina Annino recensisce "Una per mille"

Il doppio Volo



Uno sdoppiamento di personalità implica due verbi, due stati, due tipi di pensiero e via via crescendo, due persone. Qualunque cosa si raddoppi, metaforicamente, non può essere concepita ferma, crea un movimento di volume che prende il volo o casca, ma sempre da un punto basso o alto di vuoto.
Cristina Bove, dai suoi 18 anni in poi o forse da sempre, si è costantemente sentita nel vuoto e, per i motivi personali che sappiamo, è riuscita a fare di questo vuoto, un suo ambiente mobile. Da qui alla scrittura, il passo è immediato. Lei è un’artista e ha saputo rendere col suo romanzo, un concreto Dono tangibile, vissuto anche con canoni di normalità che allora assumono i segni di un paradosso in terra, altrimenti detto miracolo.
Non dobbiamo avere paura delle definizioni, come Bove non ha mai avuto paura della vita e della non vita. In lei non c’è mai stata paura, perché la sospensione reale in cui si trovava la poneva dentro e fuori, sopra e sotto qualsiasi stabilità morale cercata dai più e ritenuta indispensabile allo svolgimento di un’esistenza umana. Davvero non è detto – qui sta l’insegnamento che ci dà, il dito indicativo che segnala verbi, stati nominali alternativi. E noi dobbiamo non solo immaginarli, ma crederci.
Tutto il romanzo autobiografico è trascinato da quel volo, senza che Bove esprima giudizi su di sé, bensì ci sono tante riflessioni sul mondo, sui pensieri che formano un certo costume morale, sulla storia collettiva. È un romanzo soprattutto di pensiero direi, perché ci insegna come possa diventare pensiero positivo o educazione della mente, il non temere una convivenza nostra con l’indicibile altro che, ci piaccia o no, sempre ci abita e spesso ci determina.

Lei non ha mai temuto il viaggio verso la fine e il ritorno verso il principio, come fosse una speciale facoltà datale dalla natura. Si è alti, si è bassi, si è simili, si è anche talmente differenti! La natura che fa di noi corpi stabili, gioca dei cambiamenti a volte fortunatamente solo in chi può sopportarli. E lei ha sopportato tutto senza stupore, senza recriminazioni, accettando ciò che poteva depositare in terra (figli, matrimonio) nei momenti in cui il volo radeva la vita normale, poi alzandosi di nuovo in volo o precipitando. Non importa se per altra malattia, disastri, lei era su quella spira insondabile e non ha mai provato paura.
La paura, io credo, deriva dal pensare che fuori da una linea ferma o retta esista il male come differenza inconoscibile, ma la natura stavolta benigna con lei, le ha dato le coordinate di volo, l’intelletto per capire e adeguarsi. Le ha perciò tolto paura.

Romanzo estremamente originale che riproduce con fedeltà semplice e ricca, quella sua “diversità” rispetto alla vita degli uomini, quello scandirsi con naturalezza, l’accettarsi perché così è voluto chissà dove e lei è stata solo l’occasione fisica per concretare un pensiero forse divino, forse solo naturale, forse anche unico, ma comunque importante per farci riflettere sul fatto che non esistono differenze, qui nella terra e altrove, bensì situazioni di una tale complessità intelligente che vanno oltre quell’intelligenza appunto generica che è l’intelletto umano. Oppure l’ordinaria volontà di ammettere che ogni dilatazione di senso è sottrazione di canone, di ordine, e non di “sapere”.
Ne derivano allora due fatti, uno vitale, autobiografico, e uno letterario. Diversità di vita che porta a diversità di struttura narrativa, e che in questo romanzo è fattore emblematico. Ci sarebbe un'ulteriore disamina da fare che forse esula dalla precisa lettura del testo, il quale rende traghettabile la prima grazie alla propria maggiore chiarezza. Basterà allora dire come qui, nel libro di Cristina Bove, è evidente l’intreccio dei due motori, formale e di esistenza, verità e riproduzione stilistica, e quanto misero sia il giudizio di chi perde di vista la somma dei due.



Cristina Annino






domenica 11 gennaio 2015

nota critica di Narda Fattori




Biografia e identità

In tanti conosciamo Cristina Bove come poetessa raffinata, pittrice coloristica, fotografa specialistica; la conosciamo e la apprezziamo per la sua inesausta ricerca di un senso che giustifichi la vita e la renda bella e pacificata.
Ora Cristina si è cimentata con la prosa, scrittura lontana dalla poesia, dilatata nel tempo e nel contenuto; prova nuova, anche pericolosa per chi ha un curricolo d’artista consolidato come il suo.
Ma per Cristina la scrittura è farmaco e quindi è con grazia che considera la parola e il periodo narrativo; con amore va a rovistare fra i suoi ricordi e gli eventi che le hanno attraversato la vita. per dirci a chiare lettere chi sia e che non è diversa da tante altre donne che non hanno avuto la sua determinazione e la sua forza.
Il titolo è accogliente, non dice “una su mille” ma “una per mille” e mille e di più sono le donne che possono riconoscersi in un frammento della sua storia.
Il libro, di carattere autobiografico, gioca con la successione temporale degli eventi, direi che va per suggestione, per brain-storming e quindi, pur rendendosi facilissimo da leggere, saltabecca di fatto in fatto, di luogo in luogo, da emozione ad emozione.
E’ un volume che ha le caratteristiche della sua arte: sfugge al determinismo degli eventi, abbraccia i mali perché così perdono gli aculei più pungenti, non si autocensura né si auto blandisce, riporta alla superficie il percorso interiore psicologico e religioso attraverso il quale è pervenuta a una specie di verità orientale che la vede nella sua integrità di persona e che le consente di vedere con la stessa luce gli altri attorno a sé.
Ogni tanto la narrazione cessa e l’autrice interviene con un io narrante presente che aiuta a fare chiarezza al lettore, su passaggi filosofici molto personali.
La scrittura di un libro biografico è sempre pericolosa perché può facilmente cedere all’autocompiacimento,  a sovrastare le figure che accompagnano le storie rendendole misere e di poco conto, o, al contrario, queste si possono impadronire della storia relegando l’autore a spettatore.
Questi pericoli sono evitati tutti: la protagonista, pur saltabeccando fra gli anni e gli eventi, tiene sempre sotto un occhio benevolo i coprotagonisti; ciò che la riguarda direttamente non finge né ingigantisce anche se alcuni episodi colti fra veglia e sonno possono sembrare esaltati; soltanto continuando la lettura possiamo collocarli nelle giuste dimensioni sul tracciato della vita di Cristina.
Sarà proprio grazie a questo andament “ jazzistico” che il libro si legge di getto e se ne conservano gli umori gentili, i ricordi duri, e quelli solidali, il trapassare della fragilità in forza, della sensibilità in amore disarmato e disarmante.
C’è tanta poesia celata negli eventi tragici e/o amorosi, si percepisce una persona limpida,
ricca di verità e di accoglienza.

Narda  Fattori

sabato 10 gennaio 2015

Nota critica di Andrea Poletti

su Una per mille



Il tuo libro ha qualcosa di Vincenzo Consolo,  Le pietre di Pantalica, nello specifico. Ha radici profondissime nel tempo e nella parola. La tua prosa è un duello continuo con le sonorità più profonde e lascia sul campo figure retoriche prostrate, prive di qualsiasi rilievo sintattico, operi sulla singola proposizione come Meneghello... O De Luca. Entrambi figli di Petrarca. 
È come se usassi le parole quali pietre focaie, quelle che producono scintille dal loro sfregamento e godono di un'immunità particolare:  le figure classiche: sineddoche, enjambement, chiasmo, etc. cedono tutte il passo a sinestesie e onomatopee che però mutano in metronomi delle sensazioni,  la musica prende il sopravvento sulla struttura e le catene danzano finché ogni cliché retorico abdica esausto alla propria funzione.
C'è qualcosa di ancestrale nella tua scrittura, una danza della memoria a cui l'elemento maschile si può solo affacciare ma mai addentrare, pena la perdita della propria identità di genere. Si prova sovente una sensazione di vertigine leggendoti e non è sempre un'esperienza salutare. Tocchi dei nodi che non si sciolgono se non vengono tagliati ed una sorta di trauma è destinato a ripetersi così come nella poetica di Yeats.
Tu parli di ferite ctonie che mai si rimargineranno, non c'è tempo né anima che possa compiere questo miracolo. Esiste solo un destino: ripetere questo doloroso tableau vivant all'infinito, ricordandolo.
Leggerti è stato sconcertante come ogni letteratura che sia degna di questo nome.
Dirti se mi sia piaciuto... ecco, diciamo che il tuo è uno dei rari libri per cui verrebbe piuttosto da chiedersi "ma io sarò piaciuto a lui?"

Andrea Poletti