giovedì 19 dicembre 2019

Una donna di marmo nell'aiuola



Colma della sapienza di chi ha assaporato prospettive e dimensioni plurime in viaggi ampi, perfino estremi, ancorché senza usuali lasciapassare, mezzi di trasporto o documenti di transito, Una donna di marmo nell’aiuola, la raccolta più recente di Cristina Bove (con prefazione di Annamaria Ferramosca, Campanotto Editore 2019), predilige l’endecasillabo per dare vita a resoconti, a illuminazioni, a rilevazioni e a rivelazioni in un continuum sì armonioso, tuttavia non disgiunto dalla registrazione di note dissonanti.
Per chi legge e ascolta da anni la poesia di Cristina Bove questa raccolta è una conferma della originalità della sua voce poetica e, inoltre, un passo avanti dal punto di vista progettuale, del filo conduttore così come di tutto l’impianto. In un passaggio della quarta poesia del volume, Farsi parola e nome, si annida la chiave di accesso a Una donna di marmo nell’aiuola: se l’esistere con consapevolezza – progressiva, ma pur sempre consapevolezza – significa riconoscere la prossimità di punto di partenza e punto di approdo, in una dimensione straordinariamente ampia, ben oltre la sfera individuale, è importante, d’altro canto, individuare, analizzare, contemplare, perfino, le fasi ‘intermedie’ di quel costante perdersi, equivocare, illudersi ed errare che è il camminare su questa terra: «in fondo sono luce anche le pietre/ e noi gherigli dentro un mallo amaro/ che mettemmo tra noi per farci noi/ di vista incerta _ch’eravamo dio_/ per ritrovarci dopo esserci persi/ e questo è il gioco».
Illuminata anche dal richiamo a Little Gidding, il quarto dei Quattro quartetti di Eliot («e il termine d’ogni nostro ricercare / sarà arrivare lì dove iniziammo», nella mia traduzione), a chi percorre queste pagine di Cristina Bove si palesa una caratteristica fondamentale, vale a dire la presenza di un movimento che da altezze vertiginose (da un trauma, da una cesura irreversibile sono derivate, così come narrava l’autrice nel romanzo Una per mille, doti spiccate di discernimento), dalle quali è possibile intuire essenze e persistenze attraverso lo spazio e il tempo (a ragione Annamaria Ferramosca scrive del ritorno della “dimensione cosmica”), si avvicina, si fa sempre più dappresso all’obiettivo dell’attenzione, per evitare equivoci e banalizzazioni, oltre che per affondare con la maggiore precisione possibile la lama della parola nel tessuto molle delle auto-giustificazioni, delle scusanti e dei bassi interessi.
Non c’è pausa in questo moto incessante che va dall’estrema rarefazione del dire, dai voli mistici, perfino dai toni cromatici e musicali della spiritualità, fino alla fustigazione puntuale e amarissima di quelli che ebbi a definire “riti tribali affantoccianti”.
L’eterea presenza di luce – candida e celestiale tra chioma e pupilla – è anche la impeccabile, tra asettica e implacabile, ricercatrice delle umane falle, di ipocrisie e incoerenze: «Insieme d’incostanze: l’io depone/ l’uovo del suo sentirsi unico/ tra le infinite repliche/ nasce l’uomogirino e in una virgola/ a sua insaputa è già cambiato il mondo/ i tu/ i voi/ i noi/ i loro».
Di varia natura e ampiezza, così come le dimensioni toccate, sono le fonti alle quali si abbevera lo spirito, di cui si nutre una penna che, per ricorrere a una metafora che in questa raccolta fa apparizione, tutto fa tranne che semplicemente imbrattare e imbibirsi di inchiostro. A chi legge affido il compito di individuarle, oltre i confini delle belles lettres, oltre le distinzioni tra letture filosofiche, scientifiche e divulgative, tra musica e arti figurative.
Quello che resta, straniante e rivelatore insieme, è una cifra inconfondibile; quello che resta sono la tela, i colori, la tessitura della poesia di Cristina Bove.

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