venerdì 19 aprile 2013
intervista Radio Alma Brussellando
https://ia801701.us.archive.org/30/items/Bru20130416/Bru20130416.mp3
è stata una bellissima esperienza di cui ringrazio Mari D, Georges Lorend, Fiordaliso, la regia e tutti quanti.
ecco il podcast [Ascolta&scarica il podcast]
Ero molto emozionata.
lunedì 15 aprile 2013
recensione di Augusto Benemeglio
CRISTINA BOVE PESCATRICE DI NEBBIA
Di Augusto Benemeglio
1.Ofelia.
Ho
promesso a Cristina che l’avrei
letto questo suo libro, “ Mi hanno detto
di Ofelia” edizioni Smasher, 2012, e in effetti, ora che è primavera, l’ho
letto e disletto, l’ho udito dentro di me, passar fuori, e lo riodo fuori di me,
passar con me come un fiume che scorre ai miei piedi. Ecco la bianca, l’Ofelia
di Rimbaud che ondeggia “sull’acqua
calma e nera/dove dormono le stelle / come un gran giglio” E l’Ofelia dietro la
finestra di De Andrè (“Mai nessuno le ha detto che è bella/ a soli ventidue
anni / è già una vecchia zitella/La sua morte sarà molto
romantica/trasformandosi in ora se ne andrà /per adesso cammina avanti e
indietro/la via della Povertà), e infine l’Ofelia tragica di Virginia Woolf,
perché senza madre e senza modelli
femminili, senza identità ( “la sua identità se ne è andata quando le forze
maschili non hanno più diretto le sue azioni”), l’Ofelia che in fondo non è mai
esistita come donna, ma solo come personaggio, archetipo maschile (e
maschilista) di donna a cui tutto è negato, in primis la libertà.
Ma
perché Ofelia? “Perché abita dentro ciascuno
di noi, - dice Narda Fattori - coi suoi misteri, segreti e le sue acque, il suo
mal di vita che si intreccia e fonde col mal di morte”. Perché Cristina è una che attraverso le sue
poesie dà voce e forza alle donne - dice Carmen Lama -, una funzione che svolge con profonda empatia,
e dare spazio ad Ofelia, in una società e in un mondo monco, è una scelta
simbolica forte. Diventa per il lettore una chiave di lettura dei suoi testi
poetici
2.Pescatori di nebbia
Vi
confesso che ho scoperto anch’io una certa fratellanza con l’Ofelia di Cristina,
che contro il silenzio e il rumore inventa la Parola, “libertà che si inventa e
mi inventa ogni giorno”, diceva Paz.
Direi che ho avvertito anche un senso di riconciliazione, e mi son
detto, Oh, sì, è vero che la poesia lascia sconfinato al più alto grado il suo
universo, anche quando parla di un’ Ofelia in mezzo ai pomodori verdi fritti e ai muri sbrecciati, erba, sassi, zip che s’inceppano, pessime chiusure
del tempo, o aperture a latere, losanghe
di arlecchino; o fotografie fatte di vento. La poesia è per Cristina Bove, napoletana di Roma, come
lo era un po’ mia madre, una parabola dell’impossibile, una tazza di tè nel
lavandino che si trasforma in una nave oceanica che viaggia in cerca di sirene
senza canto e in un paio di rose (che)
scolorano di petali il giardino. Su fogli bianchi senza limite, né termine, ogni
sua poesia è un tentativo, diciamo meglio una “tentazione”, un‘inquieta
restituzione della parola vivente in oceani di solitudini. In fondo la sua Ofelia
sta nella nebbia dei sogni di un quadro, di un nota musicale, di un verso liquido e noi
siamo pescatori di nebbia
nell’attesa di vivere davvero.
Siamo macerie di silenzio
della storia dell’uomo.
3.Proteo
In
una poesia – diceva Borges – la cadenza e la collocazione di una parola possono
pesare più del suo significato. E ogni verso dovrebbe avere due doveri: comunicare
un fatto preciso e toccarci fisicamente, come la vicinanza del mare. Bisogna
compiere una successione di esercizi magici, eseguiti con un mezzo modesto qual
è la parola, bisogna convertire l’oltraggio degli anni in una musica, in un
rumore e in un simbolo. E’ questo il gioco serrato e ironico sulla scacchiera
dell’immaginazione di Cris, che non a caso è stata paragonata a Proteo, il dio
che amava occultare ciò che sapeva ed intessere oracoli ineguali. Inseguito dagli uomini assumeva la
forma di un leone, di una tigre d’oro, o di un falò, o di un albero che dà
ombra alla riva, o la forma dell’acqua che nell’acqua si smarrisce. Metà dio e
metà bestia marina, ignorò la memoria che si china sopra il passato e le
perdute cose.
4.Autoironia
Coglieva
barlumi dal profondo e l’umiltà vera, quella con cui ogni giorno guardi in te
per dare un senso al tuo breve e strano e ignoto viaggio, al giro intorno alla tua prigione, che non riesci mai a
compiere del tutto. Cristina ha uno sguardo attento, cerca e trova le parole in
quel momento più incisive, senza fare concessioni al facile canto, o alla mandolinata di turno. Non è tipo del genere, né una che si lagna, ma
se c’è un lamento in lei diventa vitalità, energia pura,
roba da stoicismo. Ci ricorda, con Borges,
che nessuno può aiutare nessuno, giacché
ognuno deve salvarsi da solo, e andare sulla soglia
con le scarpe in mano/
a scuoterle dai sassi/
ma non ti chiederò
quel che non puoi
se quello che non sai/
è l’ultimo dei mondi
sul confine/
di un’ ignota galassia
Giochi
verbali, riflessi letterari, divagazioni, “i trucchi, i salti, persino le
interpunzioni che, spesso, sembrano le giuste punizioni per il lettore rapido,
che vorrebbe correndo passare oltre”, scrive Fernanda Ferraresso, soprattutto autoironia
va tutto bene/ hai
portato le coppe mon amour?
Vedrai, stanotte un
angolo di luna
la cantilena a mantice
di un gatto
/ suggerire deliri/ e tu lo vuoi.
5.Una via di mezzo
Ma
ogni verso ha una portata emotiva, anche se ci sono dietro inquisizioni
filosofiche, estetiche, letterarie, etiche, religiose e mitiche. Bisogna cercare
il riscatto e la riscoperta della parola, di una parola magica, di una parola
musica, di una parola che sia simultaneamente
contenuto e forma. E’ tutto un inseguimento
della parola, della parola poetica, della parola strana, da napoletana antibarocca, alla ricerca della semplicità che
è poi
la modesta e segreta complessità del vero segreto della scrittura.
Scusi,
Cristina Bove, lei cosa pensa della vita?
Ci
penso da quasi settant’anni. Quasi tutti i giorni, ma ne ho un’idea ancora
confusa. Il fatto è che una persona vive
veramente solo quando sogna.“Ogni essere umano ha bisogno di rinascere
ogni giorno…ha bisogno di trascendenza”. Ma per sognare bene, il divino
Pitagora raccomandava di non mangiare le fave. E poi amava predicare agli animali,
anticipando San Francesco d’Assisi (“Oh, quanto hai scucciato, France’ cu’ ste prediche agli ucelli!”, diceva l’attore
- poeta napoletano Massimo Troisi)
Nacqui nelle terre di mezzo…//
Si mettevano nel campo dei papaveri a simulare le rose
C’è
in Cristina Bove una sorta di “sprezzatura”
alla Cristina Campo, come accennai per
altre sue poesie, e un qualcosa che richiama uno come Brodskij, lontano dai
clamori della protesta e del facile conformismo, ma sempre pronto a far gare di
tenerezza coi bambini, tra
coriandoli e sogni infranti. La sua
poesia è, insomma, una via di mezzo, tra la
crudele leggerezza della fiaba e il senso del gioco a carte scoperte, o del
gioco al massacro, fate voi, tra
indicibili solitudini e le traiettorie
della rimembranza leopardiana, con una tendenza alla speculazione metafisica.
Però
c’è quella elegante ironia e una consolidata geometria del linguaggio affidato
a una scacchiera di cristallo. È un gioco che dubita della ragione che lo
governa, è un gioco irreale che però
crede in fondo nelle segrete finalità
della letteratura, è un sogno manovrato e deliberato. Una pagina o un verso
fortunato non ci devono inorgoglire, - diceva Borges - sono il dono del caso o dello spirito, solo
gli errori sono nostri, e sono tanti. Puoi aggiustare la rotta come credi, ma alla
fine della tua navigazione giungi solo
…all’incaglio
stanca/ fui costretta a guardare l’altro volto
la me stessa sbiancata nei pensieri
e quella voce diventata
abbraccio
fu la gomena tesa / ch’io non
vidi
6. Incipit
L’ignoto
è inesauribile. Ci sono cose inesprimibili. Il linguaggio non è che un mero
strumento di un gioco che tuttavia pretende simmetrie. In una rosa in punto di morte senti che il suo valore estetico è nella propria
eternità, non nelle parole che noi, tuttavia, non potremo mai esprimere
compiutamente. Spesso il meglio, o il tutto della poesia di Cristina, è nell’incipit,
quasi sempre straordinario:
tra scimitarra e fiore //
lo so che verrà il tempo dei
ciliegi
ed
ecco tutto un panorama s’apre davanti a te, coi samurai giapponesi che fanno
esercizi di guerra, nudi, nei giardini di ciliegi, e cantano :” Oh, quanto è dolce morire al
cader lieve dei fiori bianchi!
vediamoci /nell’ora vuota/ io
porterò un non-fiore/
e
ti rivedi, garzone d’amore, all’alba nei
giardini di villa Ada, come un fidanzatino di Peynet, sotto i rami dei platani appena potati, cogli uccellini che cinguettano e si baciano in corsa volando tra un ramo e l’altro; ti rivedi senza un
fiore, ma con una scatola di cioccolatini.
sapeva fare nodi alla
marinara/cazzare rande e ripassare bugne
ed
eccomi davanti allo scenario del mare jonico, Gallipoli, con la barca a vela Icaro di D’Alema, che ode passare il vento di tramontana, e si tuffa
come un’ancella bianca, e poi vede passare la musica tra onda e onda, e la barca
scivola, anzi vola inventando lo spazio,
il cielo, il mare e il silenzio
si può avere una croce di nuvole
basse appoggiata alle scapole nude
Versi
che esprimono forza e dolore nella leggerezza estrema, ma anche fedeltà e obbedienza
al potere del fato, del destino
ineluttabile, in questa fabbrica d’aria scura che
è la vita, dove crescere e negarsi e
morire è (forse) espandersi.
hai sogni dipinti in verticale
/come gli occhi dei gatti/ tristi /
E’
vero, se tu guardi il muso dei gatti nelle sere d’inverno appoggiate
sull’abisso scopri tutta la loro tristezza verticale negli occhi gialli
tagliati a strisce come frutti nella tenebra.
E
potrei continuare ancora a navigare negli incipit, in tutto quell’ universo di
Cristina che è frammentario, senza nulla
di preordinato, prestabilito, non c’è un
progetto, un disegno, una mappa catastale
della sua casa poetica, ma i suoi frammenti hanno un ordine interno, una musica,
un’armonia, un’orchestra con mille
strumenti a sua disposizione, e mille
spartiti. Lei si riserva la libertà di “non
scegliere”. Ma solo di frequentare. Le scelte, alla fine, le facciamo noi
lettori incrociando i suoi occhi e i suoi sospiri di eterna ragazza presa dal
suo delirio circolare, Ofelia, appunto.
Roma,
15 Aprile 2013 Augusto Benemeglio
lunedì 1 aprile 2013
Recensione di Maria D'Ambra
"Mi hanno detto di Ofelia"
Quasi_volo
un tempo diverso
per camminare astratti
non proprio volare
ma quasi
come essere foglie e pappi
in sentieri di vento
appoggiare a mezz’aria
passi senz’orma
vestiti solamente del tacere
le parole comprimono l’estasi
intralciano i poeti
li definiscono in cataloghi
allora ammutolisco per sentire
e non vendermi agli echi.
Sarò d’ali permesse appena
in tempo
per proseguire a lato di me stessa.
Dall’assenza
prende vita la materia, dal vuoto apparente prendono forma le figure, i
gesti, da un non-tempo personale si tracciano le linee del ricordo,
fino alla grande negazione, la parola che si fa muta, che tace proprio
per farsi udire meglio, per distinguersi dal chiasso indistinto che
offende la Poesia.
il tempo di far credere che esisto
e poi scompaio
geco fantasma
m’inerpico sui vetri
e dico al vento
amico mio non scuotere
le imposte
respirami profondo, a distaccare.
[...]
Il sole non candeggia
la biancheria ammuffita o il seno brullo
né l’ala del cucù
filtra soltanto tra listelli e buchi
disegnato di punti su piastrelle
il piatto cede, rifornisce rose.
In deltaplano
funambola in assetto
gioca la mia ragazza dei silenzi
la muta dei ritorni e degli infissi
cardini sottotraccia
sa di quella finestra mai richiusa.
Qualora fosse il caso
se le porte sprangate a fil di buio
reggessero per anni
avrebbe almeno via d’uscita
il non ritorno sugli stessi passi…
un volo finalmente completato.
VERSO il TACERE
Saranno secoli? Attimi che mi giro
a tascapane, a giustacuore, a scudo
e di necessità virtù mi allaccio scarpe
camminare dovrò
per la carrozza han già preso la zucca
a me non resta che la mezzanotte
la mia fata madrina s’è distratta.
Mi cucio sulla lingua un che di fiato
zenzero e cinnamomo retrogusto
enzima di saliva mordiefuggi
e mi farò bastare ancora il gioco.
Tanto mi sveglierò, verrà il silenzio
quello che non sopporta ancora voci
né le cose sospese
quello che non s’inganna con le impronte
di parole calcate nella sabbia.
E avrò la colpa d’essere poeta
per abuso di suono.
semplice non è mai piegare il tempo
né tantomeno mascherare il dire
m’accompagna il silenzio
presuntuoso
di sussurrargli al cuore.
E poi c’è l’incarico fondamentale d’ogni portavoce, quello di fare ricordare tutto ciò che si è dimenticato, l’essenza di sé, quello che siamo e che sempre ci sfugge.
[…]
noi venimmo dal tempo
ch’era il mare un ritaglio di cielo
ed esultanze, ignote geometrie
carezzavano addosso.
E poi dimenticammo.
Adesso veglio – sola – a ricordare.
Case abissali
Parole orfane
come lutto del dire
a fluttuare in uno schermo di
cristalli liquidi
nascoste nelle mani
al riaffiorare
d’alga di sale plancton
carezza d’ombra
scena depositata sui fondali
si tace
quando
si sta toccando l’anima
di spalle.
E tacere si può quando la Poesia vive di vita propria.
Quasi_volo
un tempo diverso
per camminare astratti
non proprio volare
ma quasi
come essere foglie e pappi
in sentieri di vento
appoggiare a mezz’aria
passi senz’orma
vestiti solamente del tacere
le parole comprimono l’estasi
intralciano i poeti
li definiscono in cataloghi
allora ammutolisco per sentire
e non vendermi agli echi.
Sarò d’ali permesse appena
in tempo
per proseguire a lato di me stessa.
Mi hanno detto di Ofelia è la quarta silloge di Cristina Bove,
poetessa dalla parola fluida e potente, dotata di un lirismo innato che
le permette di trasformare in versi tutto ciò che la circonda. Forse
l’abbondanza degli spunti deriva dalla sua molteplicità, dal sapere
prendersi gioco di sé, dal riuscire ad ironizzare sulle tante
manifestazioni dell’esperienza umana e su tutto quello che non ha a che
fare con la realtà tangibile, ma che ciascuno di noi conosce, anche se
non ne è cosciente. Ed è questa la capacità dei grandi poeti d’ogni
tempo, quella di riuscire a sentire e poi trasmettere qualcosa che la
maggior parte di noi nemmeno ipotizza, trasferendo su carta il canto
doloroso oppure gaio di tutte quelle cose che non hanno voce.
Appaioil tempo di far credere che esisto
e poi scompaio
geco fantasma
m’inerpico sui vetri
e dico al vento
amico mio non scuotere
le imposte
respirami profondo, a distaccare.
[...]
Come tutti i precursori, gli
sperimentatori, gli indagatori di percorsi inusitati Cristina si diverte
a disorientare il lettore, laddove sembra concedere squarci di luce,
presto fa ripiombare nell’incertezza cognitiva, in una girandola di
ellissi ed iperbole in cui le trame oscure del significato sembrano
perdersi, per poi accorgersi invece che il senso era proprio lì, davanti
agli occhi stupefatti di fronte ad una chiusa chiarificatrice e al
tempo stesso culmine poetico (ed è così che sento il mio vissuto / farsi macigno quando / vorrei poter partire / e non posso che stare).
Si potrebbe obiettare che è un percorso
già sfruttato, ma non è forse vero che la reale sperimentazione passa
proprio per il già visto? La particolarità della poesia di Cristina Bove
sta anche nel fatto che qui non si crea innovazione a tavolino, con la
volontà di smussare e rimaneggiare fino all’ottenimento del prodotto
ideato, qui gioca tutto la spontaneità creativa, quella che sgorga da
fonti normalmente inavvicinabili e pure invisibili. E mi sconnette il cuore un soliloquio.
La poetessa dialoga con se stessa, con le tante sé e con il lettore
utilizzando immagini, suoni, accostamenti improbabili, una profonda
ironia, realizzando un nuovo modo di comunicare, con un linguaggio
inedito fatto però delle parole quotidiane e al tempo stesso di termini
arcaici o scientifici, messi lì, quasi a caso, ma sempre intonati alla
musicalità dell’insieme. Sì perché la poesia è anche musica.
Aperture a latereIl sole non candeggia
la biancheria ammuffita o il seno brullo
né l’ala del cucù
filtra soltanto tra listelli e buchi
disegnato di punti su piastrelle
il piatto cede, rifornisce rose.
In deltaplano
funambola in assetto
gioca la mia ragazza dei silenzi
la muta dei ritorni e degli infissi
cardini sottotraccia
sa di quella finestra mai richiusa.
Qualora fosse il caso
se le porte sprangate a fil di buio
reggessero per anni
avrebbe almeno via d’uscita
il non ritorno sugli stessi passi…
un volo finalmente completato.
Cristina non offre soltanto la voce, ma
sa anche ascoltare con la pazienza di chi conosce bene il silenzio e il
vuoto incolmabile che solo le parole sanno dare, (le parole comprimono l’estasi / intralciano i poeti).
E poi ci sono suoni, sveglie, ticchettii, echi, violoncelli e
l’impalpabile, aria in movimento, fondali che pulsano, voli a mezz’aria,
dissolvimenti, dislocazioni e i profumi, spezie arabe, petali di rosa,
piante dai nomi impronunciabili e i colori dei luoghi, delle cose, dei
paesaggi interiori, della memoria.
Saranno secoli? Attimi che mi giro
a tascapane, a giustacuore, a scudo
e di necessità virtù mi allaccio scarpe
camminare dovrò
per la carrozza han già preso la zucca
a me non resta che la mezzanotte
la mia fata madrina s’è distratta.
Mi cucio sulla lingua un che di fiato
zenzero e cinnamomo retrogusto
enzima di saliva mordiefuggi
e mi farò bastare ancora il gioco.
Tanto mi sveglierò, verrà il silenzio
quello che non sopporta ancora voci
né le cose sospese
quello che non s’inganna con le impronte
di parole calcate nella sabbia.
E avrò la colpa d’essere poeta
per abuso di suono.
Ma allora qual è il reale segreto di
tanta bellezza? Quella piacevole concatenazione delle parole tesa fino
allo scatenarsi di forti emozioni? Oltre alla rivelazione della
conoscenza, c’è la grazia della creazione che ha come scopo principale
il piacere senza attese, la gioia di poter scrivere poesia solo per
diletto e perciò senza alcun tipo d’ansia e con in tasca uno scacco
contro il Tempo, privato in tal modo d’ogni potere, di ogni urgenza,
essendo modellato a propria misura, compreso nel cerchio senza inizio e
senza fine.
[…]semplice non è mai piegare il tempo
né tantomeno mascherare il dire
m’accompagna il silenzio
presuntuoso
di sussurrargli al cuore.
E poi c’è l’incarico fondamentale d’ogni portavoce, quello di fare ricordare tutto ciò che si è dimenticato, l’essenza di sé, quello che siamo e che sempre ci sfugge.
[…]
noi venimmo dal tempo
ch’era il mare un ritaglio di cielo
ed esultanze, ignote geometrie
carezzavano addosso.
E poi dimenticammo.
Adesso veglio – sola – a ricordare.
Quando si crea per necessità, la spinta
arriva da luoghi insondabili e scrivere allora è sì moto d’inchiostro
che s’incide sulla carta, ma è anche attraversamento, un continuo
sconfinare in un’ansia di fuga e al tempo stesso consapevolezza d’essere
in ogni istante, ovunque ci si trovi, è lo sguardo commosso di chi si
vede dall’esterno con tutte le debolezze dell’umanità addosso, testimone
di quella parte che vaga ancora nell’oscurità, inconsapevole d’essere
sempre anche altrove. L’attesa è nel dissolversi della linea di confine,
nel riportare, finalmente, quell’essere limitato all’interno del tutto
che lo comprende. (Scrivo per chi / non taglia l’acqua con le mani / affonda e non ha voce)
Parole orfane
come lutto del dire
a fluttuare in uno schermo di
cristalli liquidi
nascoste nelle mani
al riaffiorare
d’alga di sale plancton
carezza d’ombra
scena depositata sui fondali
si tace
quando
si sta toccando l’anima
di spalle.
E tacere si può quando la Poesia vive di vita propria.
23 marzo 2013 · 8:02 am
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