mercoledì 23 febbraio 2011

Francesco Marotta

sulla mia poesia

Ho sempre pensato che la poesia fosse un linguaggio particolare, che offrisse la possibilità di comunicare a parole ciò che non si riesce a esprimere altrimenti.
So che i testi poetici si scrivono per necessità, per non implodere, almeno a me così capita.
Ma estrinsecare il concetto di poesia, non certo presente in me mentre scrivo, non sarebbe stato nelle mie possibilità.
Quindi la mia sorpresa è stata grande nel leggere quanto ne pensa il poeta
Francesco Marotta nel seguente brano, replica a una serie di commenti, 
sul suo blog  La dimora del tempo sospeso "   :
 

“…siamo di fronte a una scrittura all’interno della quale …“anticlimax” è un “passo funzionale” all’espressione complessiva, una funzione di verifica e di controllo della materia e del dettato lirico – finalizzata, in modo consapevole o inconsapevole, a impedirne con estremo rigore il “tracimare”, l’enfasi, l’effetto che nulla aggiunge al ventaglio delle possibilità conoscitive che un testo comunque veicola.

La poetica di Cristina è un attraversamento lucidissimo della grande tradizione italiana novecentesca, ma a “testa sempre molto alta”, guardando “avanti” e non “intorno”. L’intorno suggestiona e, inconsciamente, finisce per legare il “passo” alla fascinazione dei modelli, dei monumenti, o dei ruderi, splendenti che popolano il paesaggio circostante; l’avanti è la fedeltà più intima e conseguente alla “propria” cadenza, al timbro della “propria” voce – il che non significa spogliarsi ad ogni costo delle atmosfere, dei profumi e dei suoni di cui, comunque, ci si impregna nel “passaggio”. Tutto sta nelle “strategie di controllo”, non solo formali, che si mettono in atto, per impedire che il “carico imbarcato” finisca per sostituirsi alla “sostanza” primaria di cui siamo unici e irripetibili portatori. Il testo deve restituire proprio quest’ultima, o non è: sarà anche uno splendido esercizio, ma la “calligrafia” non è, e non sarà mai, poesia. Non è e non sarà mai “stile”, ovverosia la cifra più specifica di una “voce”.


Nelle poesie di Cristina Bove di calligrafico non c’è assolutamente nulla, il che significa che l’attenzione critica alle procedure da cui la forma si origina è ben vigile, attiva. E non solo a livello cosciente, a mio modo di vedere – perché esiste anche una “forma occulta” (che ha i suoi tempi, i suoi modi e la sua sintassi) attraverso la quale l’inconscio, comunque, veicola la “materia poematica”, accentuando o declassando taluni vettori in virtù di meccanismi che solo l’ascolto più attento riesce a percepire e a restituire.

Ed è proprio una “lettura/ascolto” così configurata che permette di verificare l’intersecarsi dei due piani. Da una parte il controllo dei livelli di “vocazione emozionale”; la “restrizione” del campo di azione della tensione che, lasciata a se stessa, sfocerebbe, inevitabilmente, nella “commozione”, nella ricerca dell’effetto e della “complicità”; la chiusura di alcuni spazi verbali (con il significato polverizzato e disseminato ad arte nel gioco riflessivo dei significanti) – tutte strategie dove il “pensiero poetico” agisce in piena consapevolezza, con estrema decisione. Dall’altra, le cadute di ritmo che spezzano una cadenza e frustrano l’aspettativa facile del “canto”, aprendo, contemporaneamente, “spazi impensati” di riflessione che solo il lettore può colmare; la “natura ricorsiva” di alcune strutture testuali, con la conseguente insistenza su determinati termini che accentuano la reiterazione dell’immagine o dell’azione; la percezione, fuori controllo, dell’incompiuto, e l’incompiutezza “perturbante” che affiora a increspare l’ordine del discorso o quella che appariva, a tutta prima, come la più “naturale” delle aperture e conclusioni di senso – tutte “emersioni” a fior di lingua di un implacato fluttuare inconscio, del lento, persistente trascorrere di una materia che è già “oltranza”. Cioè poesia.

fm

martedì 11 maggio 2010

recensione di Elisabetta Mori


L'armonia e l'effetto: la poesia di Cristina Bove




Cosimo Ortesta, uno dei più affermati poeti della fine del secolo scorso, una volta mi scrisse che in poesia "l' armonia non conta, conta l'effetto", la consapevolezza che l'armonia e la disarmonia della vita deve tutta bruciare, esaurirsi nell'effetto, nella forma -una particolare inconfondibile forma- l'unica cosa che conti, nella sua perfetta inutilità, se confrontata alla vita.

Non è il caso della poesia di Cristina Bove.



In "Attraversamenti Verticali" una sapiente e personalissima alchimia permette all'immagine poetica di giungere in superficie, si presenta con i suoi segni i quali incidono ma non svelano del tutto la comprensione dell' occulto, ciò che deve rimanere, semmai, chiaro solo alla poeta. Il risultato è un equilibrio stabile tra armonia ed effetto.

Nella ricerca costante del proprio Sé, la Bove appare in armonia con la vita e con la morte, con lo spirito e la materia, con ciò che fu e ciò che sarà, prospettiva di un continuum spazio-tempo eterno, tra ieri e domani.

E i temi sono quelli universali, l'appartenenza è del creato, animali piante e umani verso i quali la poeta volge il suo sguardo colmo di pietas, consapevole del comune destino:


L'olivo dalla chioma d'argento mi somiglia
solo che esisterà ancora
quando dalle mie ossa nemmeno la polvere
potrà nutrire le radici.


E lo saprò
che il tempo di una vita
sia tralcio foglia o frullare di ali
è soltanto un momento, irripetibile.

("Durata", da Attraversamenti verticali, edizioni Il Foglio, 2009)



Un effetto di circolarità sprigiona dai versi della Bove, tenuti insieme dallo stesso comune denominatore, il ritmo, una musicalità costante con l'endecasillabo spesso a fare da cornice. Ma non sfugge agli occhi del lettore attento, la ricerca del meraviglioso [secondo l'accezione di Todorov], la rappresentazione di una realtà desiderata che stia tra il possibile e lo strano e la parola che esce, dirompente, dalla materia:


Al posto di vedetta, nella dura scorza,
abbozzo d'angelo tratto dagli scalpelli
e dalle sgorbie a forza di deliri
io non ho pianto a dilavare scabre superfici
di granito o di lavica roccia
è nel mio interno il nucleo sasso


l'andirivieni è fuori
è tra le foglie camelie morte...

(Sabbia, da Attraversamenti Vericali, ed Il foglio, 2009)



E spesso il fantastico, legato a ricordi primordiali, prende il sopravvento


Ne raccontiamo forse le cocche
noi che a metraggio
ci avvolgiamo in rocchi
oppure in disarmo
di pepe, paprika, zenzero candito
lecchiamo falde e nocche dal sapore
d'aceto.
Mi apparto per decidere se vado
con zoccoli di paglia
oppure m'incarrozzo nella zucca
e oop
stelle e coriandoli
pioggia di cenerentole in pigiama
affollano il mio prato...

(Minima, da Attraversamenti Verticali, ed Il Foglio, 2009)



La fusione di uno stile personalissimo e la necessità di uno sperimetalismo linguistico che cambia registro, dà vita, in Attraversamenti Verticali, a un variegato percorso poetico che tiene conto dei diversi livelli di lettura e che la Bove porta avanti con la prospettiva di ancora nuove vie da sperimentare: perché la poesia sempre precede, solo essa conduce, e non si sa dove e quando l'avventura tra simboli e suoni troverà quiete.




Cristina Bove è nata a Napoli e vive a Roma. Pittrice e scultrice [arti nelle quali eccelle] ha pubblicato tre raccolte di poesia, tutte edite da Il Foglio