lunedì 12 gennaio 2015

recensione di Gianluca Garrapa





Una per mille

Autore: Cristina Bove
Editore: FusibiliaLibri
Collana: diorama (collana di prosa)
Anno 2016
pp. 176
formato 17×17
14,00 euro
ISBN 9788898649365
Prefazione di Franco Romanò
disponibile su fusibilia@gmail.com
spese di spedizione a carico di Fusibilia

Il romanzo di Cristina Bove inizia descrivendo L’uomo nero. L’uomo nero è anche il titolo del primo capitolo-racconto. Ogni capitolo porta, almeno nell’indice, come titolo, le prime parole del capitolo stesso. Un procedimento tipico della poesia. Cristina Bove è poetessa e scultrice, manipola la materia dei pieni e dei vuoti, e anche il linguaggio del romanzo modella luci e buio.
Presenze di carne e anche fantasmi, simili a quelli della copertina, opera della stessa Bove. Questi fantasmi… sono reali! Sono davvero il rapporto che la donna-che-scrive ha con la propria capacità di godere e amare il proprio passato, il proprio passare sotto i nostri occhi. L’uomo nero sembra rievocare anche la nostra infanzia, in realtà è un carbonaio in carne e ossa: è spiazzante. E lo spiazzante ritorna spesso, con delicato contrappunto all’apparente linearità dei ricordi. Ricordi, sì, ma non c’è posto per la nostalgia melensa, per storie strappalacrime, anche se non possiamo evitare di innamorarci di questo divenire-donna dall’infanzia a ora, attraverso momenti davvero brutti ma sorvolati con la leggerezza di uno spirito che disegna gorghi senza lasciarsene affogare. La storia di un’identità dai primissimi anni fino all’adesso del romanzo che non chiude, che non può terminare. C’è la realtà di una vita, il mistero che si nasconde, che stupisce, gli ‘spiritelli’ e anche la percezione extrasensoriale del dolore e morte altrui, che è la diretta conseguenza della capacità di contatto umano, della consapevolezza degli altri, esperienze inspiegabili, ormai, in questo mondo materiale e rotto al magico. 
La vita descritta come un’autobiografia sperimentale, per alternanza, come lo sono i ricordi. Che appaiono dislocati, spostati, come in un’immensa città interiore in cui tutto è velluto, carnale, identico e opposto. Vario. Leggero. Umano.
I luoghi sono tanti. Le atmosfere cambiano. Transvolate continentali. Paesaggi desertici e guizzi fluviali, solitudini urbane e divertimenti in resort accarezzati da mari esotici, ma anche il freddo e narcisistico web, lo studio di una psicanalista e la stanza di cloro e sofferenza di un ospedale.
Incalzante il ritmo, dove non c’è solo il lettore che legge e una scrittrice che scrive. C’è anche un fantasma, l’ennesimo, in carne e ossa, che legge nel pensiero della scrittrice, che commenta, che segue e che a volte prende in giro la pretesa di fermare i ricordi così come si sorride del bambino che vuole, ingenuo, riporre tutto il mare nel secchiello. C’è sempre un dislocamento tra persone, insomma: l’autrice che scrive e il fantasma-incarnato che scrive di lei-scrittrice. E questo terzo attore, tra noi che leggiamo e lei che sta scrivendo, appare come la pinna-poesia dorsale di un delfino sulla superficie increspata del mare-conoscenza. Questa voce sottile non disturba, semmai ci fa pensare alla tenerezza di una Giulietta degli spiriti e in fondo non manca un equilibrato romanticismo di colori e sensazioni disparate, gioviale, e come un fresco bouquet alleggerisce la tristezza della materia bruta, i sacrifici di una bambina, e le preoccupazioni di una madre, che pur costituiscono parte essenziale del racconto. Tutto accade per flussi e riflussi. Già, come risacche trasbordanti oggetti-stati simili a registratori di eventi stratificati. Un fluttuante vibrare di blocchi esistenziali che infilano un percorso meraviglioso. Nulla, però, trascende il qui e ora, pur essendo remoto il passaggio che scalfisce il corpo e che ammala, pur non riuscendo a sottrarlo alla costante lotta per la gioia di vivere. Ogni buio, qui, non abbatte ma fortifica, non cerca e non trova rimedio in un divino senso di provvidenza, ma in un salutare e potente senso di previdenza, preveggenza, di bagaglio, di tesoro da lasciare ai posteri e ai presenti: è l’esperienza, leggera e corroborante, della saggezza. Dell’essere antico, per parafrasare Carmelo Bene. E il passato diventa estroflessione ragionata di ciò che accade ora, nel futuro.

Questo racconto di vita vissuta, non è, però, un’autoreferenza intimista o un taccuino freddo e geometrico dell’esistenza che si voglia ergere, narcisistica, a dimostrazione vanitosa dell’avercela fatta. È un gioco, e in certi momenti tenerissimo, in altri divertente, che ci appassiona in continuazione, non ci sono stagni di monotonia. Al massimo c’è la neutralità di una percezione fotografica, e niente di meno. È un percorso anche all’interno della storia collettiva, dall’essere bambini ai giorni nostri, e se di autobiografia si tratta, questo non lo sai mai, perché il romanzo di una vita è un monumento vivo, è un setaccio, dove friggono acque di guizzanti pesci, si dibattono percezioni di corpi, di altri mille corpi, di altre dimensioni. Che cosa è, allora, un’autobiografia? Che cos’è la Filosofia? si chiedevano un filosofo e uno psicanalista francesi (Deleuze e Guattari). E noi, finito il romanzo, non possiamo che chiederci: Allora? Che cos’è questa meraviglia? Che cos’è la vita? Forse sono le realtà, in continuo crearsi e mutare, di questo suggestivo romanzo che davvero insegna a vivere?

Gianluca Garrapa

domenica 11 gennaio 2015

Cristina Annino recensisce "Una per mille"

Il doppio Volo



Uno sdoppiamento di personalità implica due verbi, due stati, due tipi di pensiero e via via crescendo, due persone. Qualunque cosa si raddoppi, metaforicamente, non può essere concepita ferma, crea un movimento di volume che prende il volo o casca, ma sempre da un punto basso o alto di vuoto.
Cristina Bove, dai suoi 18 anni in poi o forse da sempre, si è costantemente sentita nel vuoto e, per i motivi personali che sappiamo, è riuscita a fare di questo vuoto, un suo ambiente mobile. Da qui alla scrittura, il passo è immediato. Lei è un’artista e ha saputo rendere col suo romanzo, un concreto Dono tangibile, vissuto anche con canoni di normalità che allora assumono i segni di un paradosso in terra, altrimenti detto miracolo.
Non dobbiamo avere paura delle definizioni, come Bove non ha mai avuto paura della vita e della non vita. In lei non c’è mai stata paura, perché la sospensione reale in cui si trovava la poneva dentro e fuori, sopra e sotto qualsiasi stabilità morale cercata dai più e ritenuta indispensabile allo svolgimento di un’esistenza umana. Davvero non è detto – qui sta l’insegnamento che ci dà, il dito indicativo che segnala verbi, stati nominali alternativi. E noi dobbiamo non solo immaginarli, ma crederci.
Tutto il romanzo autobiografico è trascinato da quel volo, senza che Bove esprima giudizi su di sé, bensì ci sono tante riflessioni sul mondo, sui pensieri che formano un certo costume morale, sulla storia collettiva. È un romanzo soprattutto di pensiero direi, perché ci insegna come possa diventare pensiero positivo o educazione della mente, il non temere una convivenza nostra con l’indicibile altro che, ci piaccia o no, sempre ci abita e spesso ci determina.

Lei non ha mai temuto il viaggio verso la fine e il ritorno verso il principio, come fosse una speciale facoltà datale dalla natura. Si è alti, si è bassi, si è simili, si è anche talmente differenti! La natura che fa di noi corpi stabili, gioca dei cambiamenti a volte fortunatamente solo in chi può sopportarli. E lei ha sopportato tutto senza stupore, senza recriminazioni, accettando ciò che poteva depositare in terra (figli, matrimonio) nei momenti in cui il volo radeva la vita normale, poi alzandosi di nuovo in volo o precipitando. Non importa se per altra malattia, disastri, lei era su quella spira insondabile e non ha mai provato paura.
La paura, io credo, deriva dal pensare che fuori da una linea ferma o retta esista il male come differenza inconoscibile, ma la natura stavolta benigna con lei, le ha dato le coordinate di volo, l’intelletto per capire e adeguarsi. Le ha perciò tolto paura.

Romanzo estremamente originale che riproduce con fedeltà semplice e ricca, quella sua “diversità” rispetto alla vita degli uomini, quello scandirsi con naturalezza, l’accettarsi perché così è voluto chissà dove e lei è stata solo l’occasione fisica per concretare un pensiero forse divino, forse solo naturale, forse anche unico, ma comunque importante per farci riflettere sul fatto che non esistono differenze, qui nella terra e altrove, bensì situazioni di una tale complessità intelligente che vanno oltre quell’intelligenza appunto generica che è l’intelletto umano. Oppure l’ordinaria volontà di ammettere che ogni dilatazione di senso è sottrazione di canone, di ordine, e non di “sapere”.
Ne derivano allora due fatti, uno vitale, autobiografico, e uno letterario. Diversità di vita che porta a diversità di struttura narrativa, e che in questo romanzo è fattore emblematico. Ci sarebbe un'ulteriore disamina da fare che forse esula dalla precisa lettura del testo, il quale rende traghettabile la prima grazie alla propria maggiore chiarezza. Basterà allora dire come qui, nel libro di Cristina Bove, è evidente l’intreccio dei due motori, formale e di esistenza, verità e riproduzione stilistica, e quanto misero sia il giudizio di chi perde di vista la somma dei due.



Cristina Annino


Una per mille

Autore: Cristina Bove
Editore: FusibiliaLibri
Collana: diorama (collana di prosa)
Anno 2016
pp. 176
formato 17×17
14,00 euro
ISBN 9788898649365
Prefazione di Franco Romanò
disponibile su fusibilia@gmail.com
spese di spedizione a carico di Fusibilia
 

sabato 10 gennaio 2015

su Letteratitudine

la recensione di Simona Lo Iacono


Anna Maria Curci - Una per mille

Una per mille

 
Raccontare la vita nelle sue manifestazioni più diverse: se questa formula, da un lato, riassume ciò che pungola chi scrive e attrae chi legge, essa non spiega, dall’altro, le ragioni dell’impronta forte e durevole che determinate narrazioni sanno consegnare all’immaginario e alla memoria. Dice il contenuto, l’oggetto della narrazione, ma non ne dispiega il come. È il come si racconta, ovviamente, a fare la differenza; qui non contano le ricette a buon mercato, le pillole di saggezza anche recentemente dispensate via tubo catodico, le messe in guardia dall’autobiografismo e le distillazioni varie – con l’erborista ovvero dispensatore di grappa letteraria di turno in versione “Così parlò…” – di sottili distinguo circa realismo, verosimiglianza, scelta e trattazione della materia grezza narrativa. È la verità a fare la differenza, quella che Albertine, nel finale di Doppio sogno di Schnitzler, tiene ben distinta dalla semplice realtà, fosse anche la realtà di un’intera vita umana: nel romanzo di Cristina Bove è la verità a guidare sguardo e resoconto, rievocazioni e considerazioni.
Tornando, tuttavia, all’enunciato iniziale di questa nota, è necessario qui innanzitutto porre al plurale l’oggetto della narrazione, perché non di una vita si parla, ma di tante vite, delle linee successive o parallele di chi narra, che si definisce, come recita esplicitamente il titolo, Una per mille. È, inoltre, delle vite altrui che si intesse, procedendo nella narrazione, la trama del romanzo. Sono le esistenze altrui, che attraversano ovvero che rendono sempre piena di sorprese, nutrendola perfino, come nel caso dei quattro figli, la vita (le vite) dell’io narrante. Al plurale sono prese in considerazione, ancora, le dimensioni dell’esistenza, con un’attenzione rivolta all’altro da sé, all’altrove, a modalità ‘altre’ di accesso alla conoscenza, alla dialettica tra istinto naturale e coscienza.

Il duetto tra le due voci più in vista, nell’esistenza così come nella scrittura, dell’io narrante – lo sdoppiamento, si badi bene, è solo una delle sue manifestazioni - accompagna, disegnandone l’articolazione, lo scorrere di eventi narrati, pensieri e ricordi. Si intreccia con considerazioni, sorridenti e ironiche, autoironiche, sul padroneggiare, scrivendo, la materia narrativa.
I luoghi, Napoli, Roma, i colli Albani, Tunisia, Israele, Costarica, serbano e riportano con la forza della verità tutte le vite che li hanno attraversati.
Chi legge, si congeda dall’io narrante con riconoscenza, con un arrivederci e, nell’attesa della prosecuzione del cammino, si volge, tornando indietro, all’incipit del romanzo, bellezza e verità:

«L’uomo nero era il carbonaio del fondaco di via San Gregorio Armeno. Viveva nella stalla con i cavalli alti e neri, sempre a masticare biada con la testa nel sacco. Lui invece il sacco lo portava sulla testa a fargli da cappuccio fino alla schiena.
   Sua moglie, guercia e butterata, vendeva il ghiaccio in un grottino seminterrato.
La bambina aspettava che lo grattasse dal lingottone traslucido e ne riempisse il bicchiere di carta, poi la spruzzata di cedro o granatina. Meglio ancora solo ghiaccio, ché poi la nonna ci metteva le amarene sciroppate.»


Anna Maria Curci

 Una per mille
nuova edizione - Fusibilia
per acquistarlo:
http://www.fusibilia.it/?p=4501

giovedì 8 gennaio 2015

nota critica di Narda Fattori




Biografia e identità

In tanti conosciamo Cristina Bove come poetessa raffinata, pittrice coloristica, fotografa specialistica; la conosciamo e la apprezziamo per la sua inesausta ricerca di un senso che giustifichi la vita e la renda bella e pacificata.
Ora Cristina si è cimentata con la prosa, scrittura lontana dalla poesia, dilatata nel tempo e nel contenuto; prova nuova, anche pericolosa per chi ha un curricolo d’artista consolidato come il suo.
Ma per Cristina la scrittura è farmaco e quindi è con grazia che considera la parola e il periodo narrativo; con amore va a rovistare fra i suoi ricordi e gli eventi che le hanno attraversato la vita. per dirci a chiare lettere chi sia e che non è diversa da tante altre donne che non hanno avuto la sua determinazione e la sua forza.
Il titolo è accogliente, non dice “una su mille” ma “una per mille” e mille e di più sono le donne che possono riconoscersi in un frammento della sua storia.
Il libro, di carattere autobiografico, gioca con la successione temporale degli eventi, direi che va per suggestione, per brain-storming e quindi, pur rendendosi facilissimo da leggere, saltabecca di fatto in fatto, di luogo in luogo, da emozione ad emozione.
E’ un volume che ha le caratteristiche della sua arte: sfugge al determinismo degli eventi, abbraccia i mali perché così perdono gli aculei più pungenti, non si autocensura né si auto blandisce, riporta alla superficie il percorso interiore psicologico e religioso attraverso il quale è pervenuta a una specie di verità orientale che la vede nella sua integrità di persona e che le consente di vedere con la stessa luce gli altri attorno a sé.
Ogni tanto la narrazione cessa e l’autrice interviene con un io narrante presente che aiuta a fare chiarezza al lettore, su passaggi filosofici molto personali.
La scrittura di un libro biografico è sempre pericolosa perché può facilmente cedere all’autocompiacimento,  a sovrastare le figure che accompagnano le storie rendendole misere e di poco conto, o, al contrario, queste si possono impadronire della storia relegando l’autore a spettatore.
Questi pericoli sono evitati tutti: la protagonista, pur saltabeccando fra gli anni e gli eventi, tiene sempre sotto un occhio benevolo i coprotagonisti; ciò che la riguarda direttamente non finge né ingigantisce anche se alcuni episodi colti fra veglia e sonno possono sembrare esaltati; soltanto continuando la lettura possiamo collocarli nelle giuste dimensioni sul tracciato della vita di Cristina.
Sarà proprio grazie a questo andament “ jazzistico” che il libro si legge di getto e se ne conservano gli umori gentili, i ricordi duri, e quelli solidali, il trapassare della fragilità in forza, della sensibilità in amore disarmato e disarmante.
C’è tanta poesia celata negli eventi tragici e/o amorosi, si percepisce una persona limpida,
ricca di verità e di accoglienza.

Narda  Fattori

Fernanda Ferraresso


http://cartesensibili.wordpress.com/2014/03/07/cristina-bove-una-per-mille-unautotassazione-dellessere-molti-fernanda-ferraresso/

mercoledì 7 gennaio 2015

Ida Verrei

commenta

"Una per mille"


Sintesi emblematica di un percorso di vita, storia di una donna, “Una per mille”, una e mille: ricordi d’infanzia; rievocazioni; reminiscenze; sogni e visioni rivestiti dell’apparenza psichica delle emozioni;  non un vero e proprio romanzo autobiografico, ma memoria, un divagare che procede per analogie, associazioni di immagini e di idee, una sorta di flusso di coscienza, che conserva, però, una sintassi razionalmente strutturata, pur se i procedimenti narrativi vengono risolti in modo del tutto personale e peculiare.
Cristina Bove, artista poliedrica, poetessa, pittrice, scultrice, fotografa,  riconduce in quest’opera in prosa  tutte le tecniche delle arti che frequenta. Ne risulta una singolare composizione, una scrittura colma di immagini e assonanze, che spiazzano ma coinvolgono il lettore dall’inizio alla fine.
“… Se ne stava seduta sulla seggiolina fatta apposta per lei da quel suo nonno falegname a cui mancava mezzo pollice… Sedeva accanto a lui che ascoltava musica classica, con la testa ripiegata e i pollici sotto le bretelle…” (pag.5)
“Nel dormitorio, in lettini di ferro ci si stava in due… A me toccò una coetanea, menomale… Avevo sempre freddo…”(pag.8)
Sta raccontando la sua vita, certo, e per non perdere il filo, segue una linea di percorso, alterna, perché così vanno i ricordi. E se uno comincia a riviversi mica si ferma e aspetta di rincontrarsi a tutte le età contemporaneamente. O forse sì…”  

È sempre Cristina Bove che parla, rivisita il passato e, voce narrante,  lo racconta in terza persona;  poi si reincarna nella bimba di un tempo e diviene l’io che rievoca. Ancora, torna all’oggi e commenta, spiega, quasi fosse altro da sé, testimone e non protagonista. Il “doppio” (che è poi il mille indicato dal titolo)  qui non rappresenta la dualità tra bene e male o tra possibile e impossibile,  quanto piuttosto un geniale espediente narrativo per colloquiare con il lettore, per immetterlo nel suo mondo, ricco di chiari e scuri, ma anche di colori accecanti o sfumati, di “ero, sono, sarò”.  Salti temporali, viaggi avanti e indietro tra presente, passato e futuro; un tempo misto;  una scrittura capace di cambiare pelle e adattarsi ad ogni stagione della vita, ad ogni stato d’animo, ad ogni transizione emotiva. Un monologo a più voci, attraverso il quale è possibile ricostruire da diversi punti di vista, di tempo e di luogo, una storia che è vita. Un romanzo che trova il valore unitario nell’alone di sospensione e di attesa che sovrasta l’atmosfera e che, dilatandosi oltre i confini di un’unica vita, assurge a vicenda universale.  Ampi spazi di considerazioni e riflessioni filosofiche, apparentemente divaganti, si intrecciano al filo onirico che si ritrova in tutta la tessitura romanzesca; una visionarietà profonda che si dipana attraverso le memorie che si sovrappongono alle vicende, in qualche modo condizionandole, un raccontare che è rivivere, un’analisi del passato senza censure, una vita messa a nudo con delicato pudore
E così attraversiamo un’intera esistenza, una crescita fisica, intellettuale, spirituale. Vita intrecciata ad altre vite, recupero del passato attraverso la memoria involontaria, riscoperta di angoli dell’anima dove si annida la sofferenza, quella che si rimuove ma con la quale poi dobbiamo fare i conti tutta la vita:
“Da una certa rinascita si ritorna nudi, soli… Poi bisogna tener conto dei distacchi… il primo degli addii fu per il padre… sparì, come Babbo Natale sotto un cappotto di cammello. Prima ancora, non propriamente un addio, ma un abbandono sì, fu il giorno in cui si chiusero alle sue spalle di bambina i battenti del portone del collegio…”
Ma anche momenti tenerissimi di gioie familiari, di esaltazione struggente:
 “Quando glielo misero tra le braccia, fu travolta dal profumo di neonato… Le accadeva la vita, ed era un mistero così grande da farla piangere… 
E poi ancora l’angoscia, gli incubi che ritornano. Quel “salto dal quarto piano come in trance”, quella memoria che diviene “interludio” di tutta una vita, quel “volo sospeso… rimandato sempre…” Un presagio di morte, o forse un desiderio, che sembra aleggiare in tutta la narrazione. Ma con una sorta di levità, con autoironia, cosicché, anche nel ricordo di eventi che per molti sarebbero devastanti, Cristina  trova forza e coraggio, fiducia nel presente e nel futuro:
Potrebbe sembrare eccessivo considerare decenni di vita una proroga, eppure è proprio così che li ha vissuti, sentendosi in un certo senso privilegiata…  “Domani” era una speranza da custodire…” 
  E il suo libro diviene un inno alla vita, testimonianza d’amore, di generosità, di pienezza intellettuale e spirituale.
Leggerlo, vuol dire arricchirsi.

 “rifuggo gli aggettivi: brutta o bella  
non aggiungono niente alla mia essenza
né tolgono un momento al mio passato…  
…E vivo della mia e d’ogni altra bellezza”  (da:  "Comunque" di C.Bove)


I.V.

Nota critica di Andrea Poletti

su Una per mille



Il tuo libro ha qualcosa di Vincenzo Consolo,  Le pietre di Pantalica, nello specifico. Ha radici profondissime nel tempo e nella parola. La tua prosa è un duello continuo con le sonorità più profonde e lascia sul campo figure retoriche prostrate, prive di qualsiasi rilievo sintattico, operi sulla singola proposizione come Meneghello... O De Luca. Entrambi figli di Petrarca. 
È come se usassi le parole quali pietre focaie, quelle che producono scintille dal loro sfregamento e godono di un'immunità particolare:  le figure classiche: sineddoche, enjambement, chiasmo, etc. cedono tutte il passo a sinestesie e onomatopee che però mutano in metronomi delle sensazioni,  la musica prende il sopravvento sulla struttura e le catene danzano finché ogni cliché retorico abdica esausto alla propria funzione.
C'è qualcosa di ancestrale nella tua scrittura, una danza della memoria a cui l'elemento maschile si può solo affacciare ma mai addentrare, pena la perdita della propria identità di genere. Si prova sovente una sensazione di vertigine leggendoti e non è sempre un'esperienza salutare. Tocchi dei nodi che non si sciolgono se non vengono tagliati ed una sorta di trauma è destinato a ripetersi così come nella poetica di Yeats.
Tu parli di ferite ctonie che mai si rimargineranno, non c'è tempo né anima che possa compiere questo miracolo. Esiste solo un destino: ripetere questo doloroso tableau vivant all'infinito, ricordandolo.
Leggerti è stato sconcertante come ogni letteratura che sia degna di questo nome.
Dirti se mi sia piaciuto... ecco, diciamo che il tuo è uno dei rari libri per cui verrebbe piuttosto da chiedersi "ma io sarò piaciuto a lui?"

Andrea Poletti