martedì 28 maggio 2013

recensione di Stefano Guglielmin



Mi hanno detto di Ofelia (Edizioni Smasher, 2012), di Cristina Bove, ha ricevuto numerose recensioni in rete, tutte positive. Così com'è entusiasta le Postfazione di Francesco Marotta, sempre acutissimo nel cogliere, di ciascun poeta, le inclinazioni stilistiche e la cifra che lo contraddistingue.
La mia impressione è che questo libro tenga insieme differenti temi e stili, che forse avrebbero dovuto trovare una migliore organizzazione complessiva, in capitoli in cui meglio sarebbe emersa una convergenza nei temi, pur nella diversa articolazione stilistica. Nonostante questo, la "Silloge proteiforme", come scrive Anna Maria Curci in prefazione, lascia trasparire la stessa mano. Alcuni elementi retorici e tematici tornano infatti con frequenza: l'uso di termini botanici e/o settoriali e/o rari (achillea, albedo, blastule, genomi, patagi, fusciacca, gracula, lunula, sdilinquisce, molcere), la nominazione anatomica di parti del corpo, l'attrazione per l'esotico (che talvolta si combina con il preziosismo decorativo, tutto giocato sulla fascinazione dei nomi, cfr. Sherifa), l'interesse per la sperimentazione segnica (l'uso del trattino basso, che troviamo anche negli inediti), l'attenzione all'esistenza, pensata nella sua effimera presenza, sempre sul punto di sparire, la venata malinconia per un altrove mai stato o per un tempo che non tornerà. Insomma: Cristina Bove è una donna colta e complessa, che ripensa la vita a partire da un verso denso, che attinge più da D'Annunzio e Gozzano che da Montale o dai crepuscolari alla Moretti. Anche se proprio dalla Cesena di quest'ultimo – contaminata con l'essenzialità dell'haiku – pare attinta la poesia Una ciotola, dove si dice "è Primavera / una forchetta in bilico / e / abbaiare di cani", in una sequenza organizzata per elementi emblematici di un quotidiano senza lampi. La sua poesia civile si gioca su questo piano, mettendo in luce il grigiore del vivere nella modernità, "noi che venimmo dal tempo / ch'era il mare un ritaglio di cielo / ed esultanze, ignote geometrie / carezzavano addosso. // E poi dimenticammo."
E' questa smemoratezza che va combattuta ("Adesso veglio – sola – a ricordare") perché la vita, pare dirci la Bove, lentamente si spegne, se non si cammina "a testa alta", in una solitudine feconda, fatta di interrogazioni al mondo e alla propria anima. Cristina Bove crede all'esistenza dell'anima, la nomina in questo libro, la chiama, forse, "Ofelia": morta Ofelia, il mondo scolora, si frantuma, Eppure non crede in Dio, non in modo evidente, almeno ("Dove s'affaccia Dio / lasciare un punto di / domanda"). Da laica illuminista diffida della religione; nemmeno alla poesia affida questo ruolo. E questo la salva da certa mistica dell'a-capo che attraversa la pratica contemporanea. Salvezza corroborata dal distacco ironico, che perde (e come potrebbe essere altrimenti?) quando parla d'amore o di solitudine: "Tu che ti specchi nel mio nulla" la dice lunga sulla natura tragica di questo libro, che forse pecca di qualche eccesso d'astrazione, come in questi due esempi: "Pregai col viso ch'era più un torrente / mani artigliate alla stadera delle / speranze equanimi / quel tanto da pensare che lo fossero"; e:  "E tu sarai fremente d'arabeschi / nel rovescio di_stanze della terra". Anche nell'uso di parole rare, io starei parco ("Nell'argilla gli steli d'achillea / sono ditate impresse / nell'albedo"), perché, forse senza volerlo, riportano al centro l'elitario quale cifra del poetico, in un tempo, il nostro, dove a vacillare è proprio il contrario: l'uguaglianza e l'antiretorica.


da Mi hanno detto di Ofelia


TAU

Si può avere una croce di nuvole basse appoggiata alle scapole nude
il destino di mezze parole -  bizzarrie di gesti - nei campi di sole e di
grano - amputarsi d'orecchio il pittore - non furono pane i tuoi versi
partiture d'assensi in forma univoca le frotte di cornacchie coefore
ingrigite dei tuoi giorni di fiele.
È di rosa il tuo viso
 si arresta se il ghiaccio
mi arriva al diaframma
e non posso morire.
Son io che mi stingo
di sangue la bocca
dipinta al di qua
delle ore, piegata
tu santa dei giorni
scoccati scaduti
insegnavi la vita
a chi muore.


APPUNTiMENTI

addensate tra costole
discostate dagli archi
io violoncello tra laringe e cuore
sonorità profondo
lungo le corde d'improvvisi
in gola

sono non sono solamente soglia
solve et coagula
argento mi distingue all'apparenza

se viaggiare sull'onda
è stringere lame_nti tra le mani
sapete bene come
può tagliare la carta

e allora questo che vi sembra un letto
già libro - o giaciglio disfatto -
infine è uno sbadiglio
in retroscena.



CONTROMISURE

Oh, beh, sì,
potrei parlare di dolcetti al miele
certo potrei
anche di quel loukhoum pistacchi e rose
e poi tutta la gamma dei colori
potrei metterci un tango
o il quartetto per archi in fa maggiore
potrei farvi venire
una crisi glicemica
invece no,
giro la sedia a vite
in calzamaglia
immagino trent'anni e lui be-bop
muscoli e fiato
forse una spruzzatina di far west
e
pupa vieni qui, fatti baciare
pizzi neri e due fucsie tra i capelli
odore che - miodio -
potrò mai farti giungere in ritardo
oh, beh, certo che sì
va tutto bene
hai portato le coppe mon amour?
Vedrai, stanotte un angolo di luna
la cantilena a mantice di un gatto
suggerire deliri
e tu lo vuoi.



 Che sia così?

Forse mistificazione
a sfavillare dove
resta il grumo a stagnare
e penne d'avvoltoio
mimetizzate da paradisea
una parte asseconda il sé
di meridiane e traffici illusori
l'altra spinge ed assedia
è quello che misura il do di petto
dei polli da spennare
il rigetto di cavoli e caviale
si sdilinquisce a  “molcere”
(quale parola-orrore)
sa di moccio, di scivolata in sol_chi
ma tu
quale ansare ti porta sulla porta?
Qual'effrazione pratichi all'udito?
E per salvarmi appendo alla pineale
il  guitto colpo di tosse
a calare di tela
e adesso dimmi pure una parola
tipo “catalogna” chessò...
ti spiego di verdura ripassata in padella
ti piace l'aglio?
Se hai fame non ti vendo
la poesia



 DIVERSAMENTE STABILE

C'è l'idiosincrasia
- quanto le piace questo lemma -
per la parola cuore
le dovesse scappare non sia mai
spalmata su parole altisonanti
prosodia
rea sconfessa
un ragazzo che viene dal passato
occhi di broncio
- di sensi all'erta le concede l'uomo
in minutaglie sparse
e il suo andare di fretta -
lui di bevute solitarie
nel palmo della mano in senso lato
lei che si gioca l'ultimo bicchiere
col piede nella staffa.


UNA CIOTOLA

Una ciotola
e il colore del pomodoro
di striscio
un’avanzata di foglie di basilico
dalle casse Vivaldi
è Primavera
una forchetta in bilico
e
abbaiare di cani
ti frughi nei cassetti
prendi a casaccio nomi
e pepe e sale
ti si inceppa un pensiero
lo appendi ad asciugare…




DI SOLITUDINI

Alla tua solitudine lo posso raccontare
dei miei pensieri cavi, e delle notti
calate sulle rive di soppiatto.
Tu la conosci, è specchio al tuo sottrarsi
anche la mia
ch'è sabbia, neve, voli e
speronate a picco.
A te lo posso dire, fatta di nebbia io sono
quindi nei vuoti d’aria m’abbandono
per una tregua minima
se vuoi
tu che ti specchi nel mio nulla
puoi, nella forma del buio,
porgere la tua mano alla mia assenza.

 

Inedito

Tecniche di sparizione
Sono le trasparenze a fare il quadro
non c’è ombra che affondi nel catrame
per quanto denso e colorato
indicativo dell’incirca e mai
la pulizia di netto, il senso che preciso
lascia il segno
_l’anima si tratteggia a mano libera_
è ciò che amo 
quell’essere soltanto suggerito
che riconduce al fiato, alla misura nota
univoca, lontana il più possibile dal corpo
quando perfino il sesso ha un suo candore
e nella  dignità tesse ogni cosa
il rito delle proprie tinte arrese
ad ogni mezzo lieve
m’ispira il numero aureo
la coclea a svolgimento senza fne
il raggio
che coglie in pieno petto chi già vive
della sua morte luminosa
e ancora sta


Note biografiche
Cristina Bove
Sono nata a Napoli il 16 settembre 1942, vivo a Roma dal '63
Ho cominciato da piccolissima a disegnare, a nutrire la passione per la lettura.
In seguito mi sono dedicata alla scultura e alla scrittura.
Negli ultimi tempi mi esprimo soprattutto in poesia.
Mi sento testimone del mio tempo e della mia esistenza.
Credo nella libertà e nella giustizia, penso che il rispetto della diversità sia un valore fondante tra gli esseri umani e ne sia inestimabile ricchezza.
Sono alla costante ricerca di un significato in questo infinito mistero in cui mi sento immersa, ma non mi faccio più domande inutili.
Amo la vita, i miei cari, e tutti gli esseri umani dal cuore buono e dalla mente aperta.
Considero la poesia un linguaggio universale, l’esperanto dell’anima.
Ho pubblicato tre raccolte di poesie per la casa editrice Il Foglio Letterario:
Fiori e fulmini (2007)
Il respiro della luna (2008)
Attraversamenti verticali (2009)
Sono presente in diverse antologie:
Antologia di Poetarum Silva (a cura di Enzo Campi)
Auroralia (a cura di Gaja Cenciarelli)
La ricognizione del dolore (a cura di Pietro Pancamo)
Antologia del Giardino dei poeti (a cura mia e di altri poeti)
E in alcuni siti, tra cui:
La dimora del tempo sospeso
Neobar
Filosofi per caso

giovedì 16 maggio 2013

Sulla rivista ILLUSTRATI


 "Mi hanno detto di Ofelia"
 a cura di Francesca Del Moro

  
“Hai sogni dipinti in verticale
come gli occhi dei gatti
tristi di vissuto a gabbie”
(La strada per il molo)

“Non sono più sicuro del mio nome / e dell’Ofelia / ho perso ogni contatto” dice Amleto nella poesia che dà il nome alla raccolta, richiamando l’attenzione su uno dei temi fondamentali del libro: il timore e al tempo stesso la costante attrazione verso il proprio e l’altrui svanire. La poesia di Cristina vive di due tensioni contrapposte: da un lato la grazia e la levità del ritmo, che evoca aeree partiture d’archi, tendono a sollevarla in volo col rischio di portarla alla sua negazione, al tacere di cui si parla appunto in “Quasi_volo” e “Verso il tacere”. Dall’altra, il ritmo stesso diventa funzionale a svuotare la mente, come nella meditazione, per predisporla ad accogliere la parola poetica in tutta la sua densità. Questi versi mirano a dare un nuovo impatto al nostro quotidiano, scomponendo il continuum di ciascuna esperienza in una serie di dettagli pregnanti che diventano arpioni con cui ancorarci alla realtà per non rischiare di scomparire. Emblematico di questo dualismo è il confronto tra due poesie: “A ripensare” e “Controsogno”. La prima offre una delle molte declinazioni dell’inconsistenza, puntando su ciò che potrebbe essere qualcosa e che non lo è: un pugno di nemmeno sabbia, parole impronunciate, impronte cancellate prima di essere impresse nella rena, e la conclusione, da brivido: “Eppure si può dire / a chi ha sostato stanco alla tua porta / vieni t’offro da bere / e presentare una bottiglia vuota”. “Controsogno”, invece, sostanzia la fenomenologia dell’attesa amorosa con immagini sorprendenti ma al contempo talmente calzanti da apparire necessarie (il chiavistello un nome da girare / lei seduta nel corpo ad aspettare / giunse che l’aria già lo conosceva / col cuore che suonava /più forte della sveglia / a ridestare). Non esente da puntate ironiche (come in “Piccoli omicidi”) e sicura nel giocare con la lingua a tutti i livelli, la poesia di Cristina ricorda i versi geniali di Pasquale Panella, in particolare quelli musicati da Battisti ne “L’apparenza”, nella misura in cui ci porta a esperire accadimenti, pensieri e sensazioni in maniera sfaccettata e consapevole, come se fossero prove di cui abbiamo bisogno per essere certi di esistere.

Francesca Del Moro